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» 33 anni, sposato con una splendida psicologa e babbo di uno jacopino doc, Gommaweb è attivo sulle scene del capoluogo subalpino dal lontano 1973.
Nato a Firenze ma torinese d'adozione (orrore!), Gommaweb è fisicamente simile a Raul Bova (dall'alto), Robert Redford (di nuca) e Jovanotti (quando canta). È alto 1 metro e 84, calza il 44 di piede e pesa circa 78 chili.
Possiede un bel paio di occhi azzurri e i suoi capelli, corti e castani, stanno con sua somma rabbia mostrando le prime tracce di "sale e pepe".
» Di mentalità vincente, dedica la sua passione sportiva alla squadra della sua città natale, la Fiorentina, tornata alla grande
in serie A dopo una rincorsa stratosferica.
A Torino, scarta subito l'idea di tifare per i Ladri a strisce e si infatua dei granata, che dopo un passato glorioso militano purtroppo in serie B.
Gli amici lo definiscono "il masochista dello sport "
» Nel 1998 si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi su "L'immagine della droga sui quotidiani italiani degli anni Settanta".
Durante la discussione il controrelatore gli grida: "Va a lavurà, drugà!" e lo caccia.
» Dopo la laurea e un lavoro casuale in banca, trova brillantemente posto come addetto stampa di una software house della PA piemontese.
» Tra le sue collaborazioni più riuscite: Narcomafie, L'Indice dei Libri del Mese, l'Ufficio Stampa del Gruppo Verdi e Democratici del Consiglio Regionale piemontese e l'Ufficio Stampa del Gruppo Abele di Torino.
Iscritto all'albo dei giornalisti del Piemonte, Gommaweb collabora con alcune testate di informazione, fra cui questa e questa.
» Le sue passioni:
- i libri (gialli per lo più)
- il cinema (non sentimentale!)
- la scrittura
- il footing
- il calcio a cinque (in porta)
» Top five film:
0) Ritorno al Futuro I, II e III (uber alles)
1) Blade Runner
2) Momenti di gloria
3) Frankenstein Jr
4) Tutti gli uomini del Presidente
5) La vita è bella
» Mangia volentieri:
- insalata di riso
- costata alla fiorentina
- pasta al forno
- guacamole (quello della "zia")
- tiramisù (cioccolato a
scaglie e non in polvere).
Mangia da un anno e mezzo:
- pochi dolci
- molto riso in bianco
- molte insalate
» Top five musica:
0) Fabrizio (uber alles)
1) Franco Battiato
2) Francesco De Gregori
(ma senza la Marini)
3) Paolo Conte
4) Giorgio Gaber
5) Keith Jarret.
» Top five Tv:
1) Santoro
2) Dandini & Guzzanti
3) Angela's Family
4) La Storia in prima serata
5) Sfide
» Top five scrittori gialli:
1) Sir Arthur Conan Doyle
2) Andrea Camilleri
3) Carlo Lucarelli
4) Loriano Machiavelli
5) SS Van Dine
» Ristorante preferito: Da Bibe, Scandicci, Firenze
» Cosa detesta? L'ignoranza, l'arroganza del potere e la juventus.
Venga qui, si stenda. Deve guardare laggiù, in fondo alla valle… Là! Ecco! Ha visto? Ne è appena passato uno… Come non ha visto? Era quella scia luminosa che è apparsa un attimo prima di finire inghiottita dalla montagna. Vista l’ora deve essere stato il merci delle 3 e ventidue. Anzi, guardi… Faccia che regolarci l’orologio che questi qua non sbagliano un colpo, può giurarci!
Eccone un altro! ZAC! Il passeggeri delle 3 e venticinque. Rapido come un siluro puntato sul culo del mondo. E pensi che dicevano non sarebbe servito a niente… Ma non la vede la bellezza di queste luci pazze? Sembra Natale! Mio padre era uno di loro, lo ricordo bene. Sempre a lamentarsi. Non ci voleva sentire da questo orecchio. Niente da fare! Non sono mai riusciti a convincerlo. E quando ce ne siamo andati via ha pianto come un bambino, anche se cercava di non darlo a vedere.
Abitavamo proprio laggiù… La vede quella massa scura là in basso? Quello è il paese. Se fissa a lungo forse riesce a intravedere la sagoma del campanile… EHI! Che lungo quello! Cristo, ma lo hai visto? Sembrava un fulmine! Ha illuminato tutto quanto a giorno… Peccato solo che escano fuori per pochi metri appena… tra un traforo e l’altro. Sennò si immagina la scena? Ci sarebbe da risparmiare sui lampioni, questo è certo. Sempre che ci fosse rimasto qualcosa da illuminare.
Come dice? No, più in giù non ci si può andare, è troppo pericoloso. C’è la zona di quarantena, i guardiani… Troppi rischi. E poi io la salute non ce la voglio rimettere. Va bene che mi fate guadagnare e non posso lamentarmi, ma se mi ammalo poi come si fa? Ma lo sa che anche i convogli li fanno tutti speciali, che ci mettono sopra dei pannelli di coso, lì, come si chiama? Insomma, non è che possono passare così come vogliono. Bisogna prendere delle precauzioni. Son tutte cose che non è che ce le hanno dette subito. Lo hanno fatto un po’ alla volta. Via via che procedevano coi lavori. Quando ci siamo trovati il lavoro quasi fatto han finito di vuotare il sacco. E guai ad alzare la voce, che ti mandavano a chiarirti le idee i loro amici. Quelli con l’anima di acciaio e la corteccia di gomma, che ti lasciavano sulla bocca un sapore di plastica e sangue che ti sfido a farti venire ancora la voglia di ribattere.
Io comunque non mi son mai messo troppo di traverso, se riesce a capirmi. Me ne sono andato con mio padre, ma torno quassù quando voglio, per portarci voi turisti. In fondo sono come una guida alpina, sempre in vetta e mai a valle. Sono un “nuovo posto di lavoro”! Da spanciarsi dal ridere… Lavoro… Diciamo che ci tiro su da non morir di fame, anche se devo venirvi a prendere fino in città. Perché qui una stazioncina, anche piccola e senza fronzoli, mica l’hanno costruita. Anche se d’altra parte… a cosa sarebbe servita, che non c’è rimasto più nessuno? Però è una questione di principio… Anche se non serve a nulla bisognerebbe farne una ogni tanto. Perché se a una ferrovia ci togli le fermate, che razza di ferrovia è?
MA GUARDA! Fantastico! Non ha mai visto uno spettacolo del genere, vero? Sarà durato due secondi buoni… Era di sicuro l’ultradiretto per Parigi… Vuol dire che sono già le 3 e 45, sarà meglio che scendiamo. Vede, a noi non si sono degnati di spiegarci mai nulla, ma se ci ho capito qualcosa non è molto salutare neanche star qui nascosti. È il guaio di quanto ti prendono le decisioni in testa. Puoi anche trovare il modo di reinventarti una vita… Ma non c’è verso di potersi fidare di nessuno, neanche degli scienziati con la faccia rassicurante che ci hanno mandato quassù… A proposito, prima che scendiamo… l’ora, l’ha regolata?
Vaìa 
ps
Il 26 dicembre, in una grotta vicino Cuneo, questo testo è stato recitato dal mio caro amico Pino Amato, in occasione del concerto "Tribute to Mother Earth" della "Luis Casih percussion ensemble". È stato un gran bel regalo di Natale.
Terminò la sua corsa, come sempre, quando il cronometro arrivò un'ora e zero zero secondi esatta. Fece qualche passo ancora, stanco e malfermo sulle gambe, fino alla macchina. Aprì il portabagagli e recuperò la bottiglietta di gatorade dallo zaino.
Al freddo di quella mattina di dicembre, gelidamente assolata, il suo corpo emanava un vapore leggero. Come un alone mistico che lo accompagnava verso la panchina sulla quale avrebbe lasciato cadere le sue povere ossa, in trepida attesa di un restauro come si deve.
Un po' si maledisse per aver voluto correre anche se reduce da due settimane di influenza sotterranea. Il ginocchio gli faceva male e la gola, come una sentinella del malessere, iniziò a mandargli i primi segnali del raffreddore che gli avrebbe fatto compagnia ancora per molto tempo. Stappò la bottiglia e ne bevve con avidità, sollevando un poco il capellino di lana che si era calcato in testa.
Fanculo al mal di gola, alle giunture doloranti e a tutto il resto. Come sempre ne era valsa la pena. E adesso, seduto a guardare gli stessi alberi dietro cui un ventennio prima si era nascosto per sfogliare un giornaletto spinto, con la schiena scomodamente abbandonata sullo schienale in legno della panchina e la bocca ansante che aspirava gelo e microbi, si sentì perfettamente felice.
Le cuffie gli ballavano in testa Streets of Philadelfia del Boss. Chiuse gli occhi e rimase a gustarsela fino all'ultimo accordo. Poi la rimandò dall'inizio e fissò i rami con sempre meno foglie che lo abbracciavano dall'alto. Decise di riposarsi qualche minuto ancora.
Vaìa 
La vanga, nella terra dura dell’inverno, entra a fatica. Non c’è niente da fare, è un dato di fatto. Per questo bisogna muoversi intorno a mezzogiorno. Per approfittare dei pochi raggi di sole che ci sono e che scaldano il fango ghiacciato di quel tanto che basta a scavare. Lo so perché me lo ha insegnato mio nonno, che era becchino al cimitero comunale e sapeva bene quanto fosse difficile preparare il buco per i morti, d’inverno. Certo poi sono arrivate le scavatrici meccaniche e allora tutto si è fatto più facile. Ma quando c’era lui, mio nonno, le scavatrici erano ancora di là da venire e si andava avanti a mani nude, al massimo un paio di guanti tagliati sulle dita, e olio di gomito. Scavare d’inverno significava maledire chi era già morto e cercare di scaldarsi al pensiero delle fiamme in cui avrebbe dovuto, con tutta probabilità, bruciare per sempre. Ma io ho seguito i consigli del vecchio e mi sono dato da fare per tempo. È agosto e fa un caldo da impazzire. Sono le quattro e mezza di mattina e non c’è un cane in giro. Eppure si crepa dall’afa, manca l’aria e il sudore ti si attacca addosso come una seconda pelle unta e disgustosa. Ma almeno la vanga scivola che è un piacere nella terra molle. Mezz’ora e avrò finito di faticare. A parte il dover mettere la cassa giù nel fosso, è chiaro.
Comunque se penso al rischio che avrei potuto correre mi vengono i sudori freddi. Anzi, forse sarà proprio il caso che ci pensi un po’, visto che sto crepando di caldo. Sì, perché mio nonno me lo diceva sempre. Molto meglio avere a che fare con gente magra. Molto magra. Al livello di scheletri ambulanti, tanto per essere chiari. E mio nonno la sapeva lunga, ve l’ho detto. Quante volte si è trovato a dover buttar giù delle casse da solo, che il comune non c’aveva soldi per rimediare un qualche aiuto becchino da mandargli dietro. Lui lo aveva chiesto un sacco di volte: “Datemi un assistente! Uno solo, Cristo! Ma che si dia da fare e che non mi faccia stroncare la schiena da solo”. Niente da fare, quando andava bene raccattavano qualche volontario alcolizzato, che gli dava una mano per pochi spiccioli. Ma che si scordasse pure quei bei funerali da film americano, con il prato verde e la bara di noce lucido che scivola silenziosa nel fosso grazie a uno squadrone di becchini dai muscoli guizzanti. Quando c’era mio nonno un morto era una rottura di coglioni senza pari. Bisognava scavare la fossa e mettercelo dentro tirandolo giù un lato per volta e pregando che la fune non ti scappasse di mano. E che il cadavere fosse quello di un malato di lungo corso. O di un bambino, meglio ancora, che si faticava meno. Ma io i consigli del nonno li ho ascoltati tutti. Il morto per cui mi sto dando da fare è un vecchio di novantadue anni, campato abbastanza a lungo da consumarsi quasi per intero nel suo letto. Saranno quaranta chili d’ossa al massimo, a metterlo giù basto e avanzo io.
Certo non ci saranno parenti a darmi la mancia. Questo è vero. Perché qua ci siamo solo noi due: io e il mio vecchietto in orizzontale. Non c’è neanche la cassa. Per tenerlo al posto suo è bastato un sacchetto di plastica nero. Eppure di soldi il nonno se ne è fatti abbastanza con le mance. Non certo con quelle della povera gente, no. Quelli al massimo dopo che ti eri spaccato in due il culo per qualcuno dei loro ti mollavano un centesimo sporco e pidocchioso. E te lo dovevi far bastare, che era già una conquista. No, per mance io intendo quelle dei ricchi del paese. Delle famiglie giuste. Quelle che erano disposte a mollarti ben più di un centesimo, specialmente se tu eri disposto a chiudere un occhio, che ne so, sul passeggero che stavi traghettando all’ultima dimora. D’altra parte chi volevi che andasse a controllare? Il nonno era l’ultimo, e in fondo l’unico, che poteva capirci qualcosa. Perché aveva imparato a decifrare gli sguardi della gente e a distinguere il dolore dal sospetto. Lo strazio dalla paura.
È stato lui a raccontarmelo, qualche anno fa. Mi ha detto di quando è stato pagato per far di sì con la testa quando gli avrebbero chiesto se nella cassa c’era proprio il povero e mai troppo compianto cadavere di Don Luca Traisi. E non certo quello di un suo stalliere, ammazzato come un cane e sfigurato prima di prendere il posto del padrone. Che se ne stava bello comodo su una poltrona di prima classe diretto verso il Sud America, circondato da sciantose, sigari e calici di champagne. Ci aveva fatto su un bel po’ di quattrini quella volta, il nonno. Abbastanza da mollare quel lavoro merdoso e aprire una tabaccheria in pieno centro. Proprio di fianco alla storica cremeria “De Feo”. Poi un’altra, poco distante dalla chiesa di San Luigi. E un’altra, alla stazione. Una vicino allo stadio e altre cinque o sei sparse per tutti i quartieri, ricchi e poveri, della città. Il tutto conquistato con un solo silenzio, ma fatto al momento giusto, e con anni di fedeltà e di cartoline ricordo, da Montevideo. “1952. Saluti al becchino, L.T.” e nient’altro.
Ecco fatto, la buca è pronta. Il nonno sarebbe fiero di me. Magari lo sarebbe di più vedendomi dopo una doccia e vestito di tutto punto, come non ho mai potuto permettermi. Ma in fondo ora tutto questo non ha più importanza. Adesso che lui se n’è andato posso permettermi tutti i completi del mondo. Anzi, è il caso che mi presenti una buona volta al suo sarto di fiducia. Chissà che colpo che gli prende. “Piacere, sono il nipote del mio caro nonno! Finalmente ci conosciamo”. Perché il nonno mi ha sempre voluto tenere alla larga dai suoi soldi. Aveva paura che mi corrompessero, figuriamoci. Voleva che venissi su saldo e forte come lui, spaccandomi la schiena per poche lire al cimitero comunale, dove ero stato assunto dietro sua precisa e mirata raccomandazione. “Posto sicuro e botte di ferro!”. Pace all’anima sua… Un merdoso becchino nipote di un nonno sfondato di soldi e di rigidissimi principi. Tanto saldi da sciogliersi come neve in primavera quando è stato il momento di cogliere la sua occasione di fuggire dalla miseria.
Eh nonno, che ne dici? A te questa parte di cimitero ti è sempre piaciuta. Per questo sono qua. Così almeno potrai riposare per sempre tra la contessina Agnese (me lo hai detto tu che era la più bella ai suoi tempi) e sua figlia Gemma, prematuramente accolta fra le braccia misericordiose del signore. Ecco fatto! E scusami per il sacchetto, ma non ho proprio avuto tempo di trovarti una cassa come si deve. Ma avevo così fretta di sbarazzarmi di te che non ho potuto neanche aspettare i sei mesi che ti aveva dato il medico, figuriamoci se potevo preoccuparmi di passare in magazzino per recuperare una bara. E poi, meglio così, meno prove si lasciano e meglio è. Tu mi capirai, ma toccava a me stavolta. Volevi mica che perdessi la mia, di occasione?
Vaìa 
- Buongiorno Dottore, sono Mollica.
- Salve Dottore, sono Archi.
- Bene, ci siamo tutti. Possiamo iniziare. Allora, qual è la situazione vendite del settore questo mese?
- A dire il vero lo dovrebbe sapere Archi, Dottore.
- E allora perché non me lo dice? Gliel’ho appena chiesto?
- Il fatto è che… Ecco, lo ha chiesto a me…
- Archi?
- No… Mollica, Dottore.
- Ah… E Archi dov’è?
- Qui, Dottore.
- Ottimo. Allora Archi, la situazione vendite?
- Stabile signore.
- Solo stabile?
- Ehm… Sì…
- Dottore permette?
- Dica Archi…
- Mollica, Dottore. Sono Mollica.
- Oh, diavolo! Aspetti, stavo parlando con Archi…
- Ma quello che volevo…
- Lasci stare le ho detto! Archi?
- Dottore?
- Perché non ci sono stati incrementi dall’ultimo mese…
- I dati di raffronto li ha Mollica, Dottore.
- E perché non me li dà, allora?
- Credo lo stesse per fare, ma…
- INSOMMA! State zitti un secondo. Uno! Si può sapere una buona volta chi ha questi dati?
- Archi…
- Io… Dottore.
- Bene. Due! Chi può illustrarmi il trend rispetto al mese scorso?
- Io.
- Mollica, Dottore.
- Ottimo! Allora facciamo una cosa.
- Ci dica…
- … Dottore.
- Chiudiamo questa maledetta conference call, schiodatevi dalla sedia e venite di qua a spiegarmi perché diavolo nell’ultimo mese le vendite si sono fermate!
- Subito… CLICK!
- Certo, Dottore… CLICK!
- Cristo Santo… Spero solo che l’ufficio acquisti si dia una mossa con queste benedette webcam. Come cazzo si fa a lavorare così? CLICK!
Vaìa 
Grazie alle insistenze di questo Individuo, quasi due anni fa "venivo al blog".
In due anni ho scritto e pubblicato tanto, molto spesso a vanvera e più raramente con alte intenzioni.
La raccolta di racconti "Unopuntozero" è lì a testimoniarlo. Se volete scaricarla e leggerla mi farete cosa gradita. Ancor di più se vi piace e volete consigliarla. Vi prego solo di farmelo sapere con un commento.
Da parte mia la dedico alla mia adleriana e al nostro jacopino doc, all'Individuo e ai suoi quasi 33 anni.
Vaìa 

Io non dimentico.
Vaìa 
ROSSO ANTICO (Agosto 2003)
Il primo colpo raggiunse il Rosso alla schiena, mentre stava camminando in fila indiana con i suoi due compagni, Ottobre e Stalin, per il lato ovest della collina. Una pugnalata improvvisa in mezzo alle costole, silenziosa come un'ombra e maledettamente efficace. La vista gli si appannò in pochi istanti per il dolore, mentre cadeva nel fango umido e molle di quel marzo appena iniziato. Poco prima di toccare terra un secondo colpo gli finì dritto nel polpaccio destro, appena sotto il ginocchio, mettendolo definitivamente fuori combattimento.
Ottobre fu colpito subito dopo e crollò senza neanche il tempo di imbracciare lo sten che portava a tracolla. Se si girava appena sul fianco il Rosso lo poteva vedere, steso a pochi metri da lui, con gli occhi aperti e l'espressione stupita, come se gli avessero giocato un brutto scherzo proprio quando ne aveva meno voglia. Stalin fu raggiunto per ultimo e non appena fu a terra il rumore degli spari terminò di colpo per lasciare il posto a un assordante silenzio.
I colpi, superato il primo momento di sbigottimento il Rosso riusciva a rendersene conto, gli erano piovuti addosso dal lato opposto del campo che stavano costeggiando e con tutta probabilità erano quelli di una mitragliatrice di ordinanza delle brigate nere, accompagnati da qualche raro colpo di moschetto. "Brutta storia" - pensò - "Stà a vedere che oggi ci lascio davvero le penne".
Marcello Riccardi era sdraiato in un letto dell'ospedale Martini. Il numero 5, stanza 22, quarto piano. Due mesi prima, mentre stava preparando la colazione per sua moglie Roberta, la testa aveva iniziato a fargli male all'improvviso e tutta la parte destra del corpo gli si era come afflosciata. L'ultimo ricordo che aveva di quella domenica mattina era l'odore persistente del caffè che invadeva dolcemente la stanza e la voce di Roberta che dal bagno gli raccontava dell'ultima telefonata ai nipotini. In quel preciso istante Marcello Riccardi aveva ottantacinque anni, un portamento ancora invidiabile, due vecchie cicatrici e un ginocchio ballerino, che ogni tanto gli faceva male. Specie quando cambiava il tempo o quando stava troppo chinato sulla gambe.
Ottobre morì quasi subito. Una volta a terra rimase qualche istante a soffiare forte con il naso, la bocca impantanata nella terra bagnata e nel sangue. Poi d'improvviso ogni rumore che proveniva dal suo corpo cessò, come se gli avessero di punto in bianco staccato la spina. Stalin gli era poco lontano, a metà strada fra lui e il Rosso. Il colpo di mitragliatrice gli aveva tranciato di netto la spina dorsale, facendolo crollare sulla schiena, e sbatteva piano le palpebre, così lentamente che il Rosso non capiva se lo facesse per proteggersi dal sole o perché ancora non si capacitava per quel che gli era accaduto.
Il Rosso cercò di allontanare il pensiero dalla sorte dei suoi compagni, concentrandosi sui rumori della campagna, che erano tornati a prevalere sul silenzio seguito al concerto per mitragliatrice e fucili. Fra tutti si poteva distinguere l'abbaiare di un cane, a giudicare dalla direzione quello dei Mascaroli pensò, e lo scrosciare del torrente che avevano superato poco prima di finire nell'imboscata. Una tranquilla mattinata di primavera nelle Langhe. Se non fosse stato per quel brusio di voci lontane, che presto si sarebbe minacciosamente avvicinato.
Si fece coraggio e si girò non senza dolore sul fianco destro, sollevando appena la testa. "Stalin, ehi Stalin... come ti senti?".
"Oh Rosso... non so... non sento male. Ma le gambe non le muovo più. Ho paura Rosso, m'han preso alla schiena. Ho paura di morire e ho paura che non cammino più". La sua voce era un lamento fatto di angoscia e voglia di vivere. Aveva solo diciassette anni, Stalin, e la voce gentile di un ragazzo di città. Si era aggregato alla loro formazione soltanto da un paio di settimane e al Rosso faceva male pensare che avesse lasciato i suoi studi al liceo per finire pancia all'aria con un proiettile nella schiena. Pensare che doveva essere una tranquilla azione di pattugliamento.
"Certo che cammini, Stalin. Ma non ci pensare adesso. Se ti può consolare non posso alzarmi nemmeno io. M'han preso alla gamba e alla schiena. Sai che si fa? Si sta qui e s'aspetta che se ne vadano e che qualcuno ci venga a prendere. Va bene Stalin?".
"E se non viene nessuno? Dì un po' Rosso, non è che quelli vengono e ci finiscono? E se quelli vengono e ci sparano in testa? Rosso!".
Certo che sarebbero venuti i neri. Rosso lo sapeva che sarebbero venuti. Ma come si può dire a un ragazzo di diciassette anni che la sua vita sta per finire? Senza dubbio, senza possibilità di scampo. Come si può dirgli che è solo questione di tempo?
"Non so Stalin. Non credo". Appena finì la frase gli parve di sentire delle voci in lontananza, sempre più nitide e vicine. Poi rumore di scarponi militari e ordini gridati a mezza voce. Guardò Stalin e gli sorrise, perché i fascisti stavano arrivando.
Marcello si era risvegliato due giorni dopo in ospedale, pieno di tubi e cavetti, e ne aveva dedotto di non essere troppo in forma. L'unica cosa positiva è che non sentiva più male al ginocchio, che pure lo aveva tormentato per un'intera settimana, da quando aveva iniziato a piovere.
Era stata la moglie a spiegargli tutto. Di come una vena della sua testa avesse deciso all'improvviso di essere molto stanca e si fosse chiusa su se stessa, impedendo il passaggio del sangue. E di come questo avesse causato la rovina di un'ampia zona del suo cervello, nell'emisfero sinistro, lasciandolo inerme sul pavimento della cucina e paralizzato per tutto il lato destro del corpo. "Ecco perché non c'ho più male alla gamba", pensò. Ma non si sentiva molto sollevato.
Lui l'aveva ascoltata con attenzione e pazienza. Poi si era spostato con la mano buona la mascherina dell'ossigeno e le aveva fatto una sola domanda, con una voce impastata e confusa che lui stesso aveva stentato a riconoscere. "Per quanto?".
La moglie lo accarezzò dolcemente sulla fronte e gli diede un bacio sulle labbra, prima di rimettergli a posto la maschera. Come si fa a dire a proprio marito che non camminerà mai più, che dovrà guardare il mondo attraverso il soffitto di un letto d'ospedale e mangiare attraverso un cannello impiantato nello stomaco? "I medici non lo sanno ancora, amore. Bisogna aspettare e sperare". Pregare no, quello non glielo avrebbe mai detto. Ci avrebbe pensato lei, come al solito.
"Stai zitto e fermo Stalin. Dammi retta e non temere". I passi si erano fatti sempre più vicini. Poi i neri raggiunsero il corpo di Ottobre e gli spararono una raffica addosso. Il Rosso li controllava con la coda dell'occhio, e il rumore improvviso del mitra, che aveva spezzato l'aria come un grido, lasciava ben pochi dubbi.
"Sarti, che cazzo stai facendo? Ti ho detto che non dobbiamo sprecare le munizioni. Te lo vuoi ficcare in quella testa di cazzo che ti ritrovi? Non dobbiamo sprecare le munizioni!"
"Scusi Sergente. Mi sono fatto prendere la mano. Colpa di questi comunisti di merda. Di questi partigiani". L'accento di Sarti non era di quelle parti. Al Rosso sembrava la voce di un uomo avanti con gli anni, forte, rude e spavalda. Chissà perché gli ricordò quella di un amico di Roma che non vedeva da troppo tempo.
"Quante volte ve lo devo dire, eh? Un colpo in testa e via se sono ancora vivi. Un colpo in testa e via". Evidentemente al sergente piaceva ripetere le frasi, forse per sottolinearne il significato. O forse perché i suoi uomini erano molto stupidi. Da buon comunista il Rosso preferì questa seconda ipotesi. In altre situazioni si sarebbe fatto una grossa risata, ma ora non ne aveva alcuna voglia. Se fosse stato da solo tutto gli sarebbe sembrato più facile. Invece proprio di fianco a lui la voce di Sarti si era avvicinata a Stalin. "Stai fermo e zitto, Stalin", pensò il Rosso. Ma lo sapeva che non sarebbe servito a nulla.
"Questo è vivo, Sergente!". Il Rosso chiuse gli occhi. Un colpo e via, Stalin non c'era più.
Avrebbe voluto stringere le palpebre fino a farsi scoppiare gli occhi. Mordere il fango e scavarlo coi denti per nascondercisi dentro. Fuggire come un verme nel cuore caldo della terra per non sentire e vedere più nulla. Ma non poteva, perché fuggire gli aveva sempre fatto orrore più della morte. Così aprì gli occhi, per non doversene vergognare.
"Hai visto amore? Hai un nuovo compagno di stanza", gli disse premurosa la moglie.
"Eh già - pensò Marcello - un nuovo arrivo nella camerata. Benvenuto!". Ma riuscì soltanto a biascicare un sì a mezza bocca.
Poi si tirò su, facendo leva con il braccio sinistro per girarsi un po' e guardare il letto che gli si trovava di fianco. Sopra c'era un uomo, appena più giovane di lui, con il corpo trafitto da mille tubicini e collegato a un macchinario che lo faceva respirare a intervalli regolari. Marcello non poté fare a meno di pensare a un moderno San Sebastiano, martire della scienza medica.
"Cosa...?" mormorò guardando Roberta.
"Un incidente. Un’auto lo ha investito mentre tornava a casa e lo hanno già operato tre volte", gli rispose lei abbassando la voce e avvicinandosi. Poi in un soffio: " Non sanno se se la caverà, ha sempre emorragie interne. Pensa che il figlio viene a trovarlo tutti i giorni".
Davanti al Rosso c'era un repubblichino. In piedi e con la pistola spianata gli parve terribilmente giovane, persino un po' impacciato nella sua divisa nera. Lo guardava fisso negli occhi e sembrava indeciso sul da farsi. Forse era la prima volta che si trovava a dover uccidere un uomo a sangue freddo. Forse addirittura non aveva mai capito realmente cosa significasse dover puntare un'arma contro qualcuno che ti osserva, con gli occhi fissi e lo sguardo fermo di chi ha già reso conto di tutti i suoi peccati. La prima volta faceva sempre lo stesso effetto. Solo l'esperienza permetteva di sbloccarsi.
Il ragazzo era biondo, con gli occhi neri e una fossetta gentile in mezzo al mento. Sulla guancia destra una piccola cicatrice rosa pallido, forse un ricordo di qualche gioco infantile finito male.
"Minguzzi, è vivo quello? Dai che voglio tornare in paese... se è morto andiamocene, sennò sai cosa devi fare". La voce del sergente contribuì ad accorciare ogni attesa.
"Un colpo e via", pensò il Rosso.
"Un colpo e via", ripetè meccanicamente il soldato. Poi fece fuoco.
La notte in ospedale era un susseguirsi di rumori ininterrotti. C'erano i sussurri delle macchine che elargivano cibo e liquidi ai malati con i loro tentacoli trasparenti. I bip freddi ed elettronici dei monitor di controllo. Cuore, pressione, temperatura. E sopra tutto i respiri affannati dei malati più gravi, il soffio ininterrotto che proveniva da quelli con i respiratori o le mascherine di ossigeno e i tanti colpetti di tosse fatti per schiarirsi la gola. I mugugni di chi si lamentava per il dolore o perché non riusciva ad addormentarsi e il russare pesante e fastidioso di chi era crollato in un sonno profondo e senza sogni. Le invocazioni poi, quelle parole mormorate a fior di labbra - Mamma! Dio! Madonnina! - che Marcello detestava con tutto se stesso perché gli stringevano il cuore ogni volta che era costretto a sentirle. Vale a dire tutte le notti, ininterrottamente, da due mesi.
Quella notte verso le quattro si aggiunse al solito sottofondo anche il rantolo del suo compagno di stanza. Dapprima forte, poi sempre più debole e fioco. Con qualche sforzo Marcello si girò su un fianco, come aveva imparato a fare. Sull'altro letto un paio di occhi neri lo guardavano sbarrati e pieni di paura. Come un urlo muto. Più sotto il sacchetto delle urine si stava riempiendo velocemente di sangue e nel giro di qualche minuto era già tanto colmo da scoppiare. Probabilmente un'altra emorragia.
Calcolando il tempo passato dall'ultimo giro, Marcello valutò che l'infermiera non sarebbe passata prima di un'ora. Guardò il suo vicino e poi il pulsante delle chiamate di emergenza, che dondolava appeso a un filo ad almeno mezzo metro dal suo letto. Non ci sarebbe mai arrivato. "Non ce la faccio...", riuscì a mormorare al compagno di stanza. Fu in quel momento che lo riconobbe.
Il Rosso aspettò un'ora buona prima di sollevare la testa da terra. Voleva prima di tutto essere sicuro di essere ancora vivo, e per questo ci mise una mezz’ora buona, e poi che non ci fosse nessuno in giro.
Quindi si girò lentissimamente sulla pancia e incominciò a strisciare con la poca forza che gli era rimasta lontano dal luogo dell'agguato. Guardò un’ultima volta il volto di Stalin. Sembrava sereno, quasi addormentato, tanto che il Rosso pensò che forse sarebbe bastato scuoterlo un po' per svegliarlo e portarlo via con sé. Ma il foro circolare sulla fronte del giovane lo riportò bruscamente alla realtà.
Per sua fortuna non aveva perso troppo sangue e riuscì a mettersi al riparo dietro una grande roccia sulla riva del torrente. Verso sera fu recuperato da una compagnia di badogliani che passavano in perlustrazione là vicino.
La sua convalescenza fu molto lunga, ma si rimise abbastanza in forze da festeggiare la fine della guerra su una vecchia sedia a rotelle, che i suoi compagni avevano piazzato su un camion scoperto poco prima di entrare in città per la parata.
L'uomo che lo stava fissando era di un bianco cadaverico, ma aveva capelli color cenere, una piccola cicatrice rosa pallido su una guancia e una fossetta gentile proprio in mezzo al mento.
Marcello lo rivide in piedi, giovane, con la pistola puntata verso la sua testa. Si aggrappò con il braccio buono alla balaustra del letto e si spinse ansimando verso il campanello. Il tubo che aveva in pancia gli tirava terribilmente e iniziò seriamente a temere che gli si potesse strappare via dal corpo. A qualche centimetro dal pulsante gli esplose di nuovo nelle orecchie il frastuono del proiettile che lacerava la terra poco distante dalla sua fronte. Quando il giovane soldato si girò per andarsene ("Adesso è morto, signor sergente"), le sue dita afferrarono l’interruttore, facendo oscillare violentemente il filo che lo teneva sospeso. Perse i sensi nello stesso momento in cui sentì rimbombare per il corridoio il passo affrettato e pesante dell'infermiera di guardia.
Non è che odiasse parlare di sé. Soltanto tendeva a evitarlo, se non era assolutamente necessario. Come in quel caso, purtroppo. Con ben tre persone a guardarlo e a fargli domande imbarazzanti sulla sua vita, i suoi studi, il suo lavoro. Persino sulle sue aspettative.
Ogni volta rispondeva cercando dentro la forza di trovare una battuta divertente. Un motto di spirito che non avessero già sentito. Non per voler essere a tutti i costi spiritoso. Quanto perché anche a lui ripugnava l’idea di risentirsi parlare della sua esistenza – tutto sommato neanche avventurosa o piena di avvenimenti eclatanti – con lo stesso copione che aveva recitato pochi giorni prima. A un pubblico molto simile.
Così badava a ripassare fedelmente sul percorso già tracciato. Limitandosi a scartare di lato quel tanto che bastava per non rimettere i piedi esattamente sulle orme lasciate l’ultima volta. Aveva una strategia sola, ma precisa: non essere mai noioso e mai troppo umile o sicuro di se stesso.
«Se fossi Hemingway – pensava – sarebbe tutto molto più semplice. Fra pesca d’altura, battute di caccia e guerre mondiali ce ne sarebbe di roba da raccontare». Ma di punti in comune non ce n’erano. Era soltanto una persona normale, con la vita e i desideri messi a nudo, in attesa di uno squillo del telefono e del prossimo appuntamento con la storia della sua esistenza.
Spettatori paganti, nessuno. Almeno per il momento.
Vaìa 
PAR CONDICIO
- Eccomi, Don Bernardo. Mi ha fatto chiamare?
- Minchia! Non la guardasti la televisione ieri sera?
- No! Che accadde?
- Accadde che una grandissima cornuta figghiebbottana di giornalista ha parlato male della nostra terra!
- Come?
- Ha parlato male della Sicilia, quella bottana!
- E che disse?
- Che c’è la mafia!
- La mafia? Come la mafia? Ancora?
- E che ci sono dei cornuti che denunciano gli uomini d’onore che ci chiedono il pizzo!
- Minchiona figghiebbotana!
- Te lo dissi. Bottana d’una fimmena del nord è!
- E non parlò dei limoni di Sicilia? Del loro gusto aspro come la terra nostra?
- No!
- E manco del mare blu che ci contraddistingue in tutto il mondo. Che ci fa invidia a tutti?
- No!
- Maria Vergine! Non parlò del mare?
- No!
- Ma allora neanche dei nostri famosissimi carretti siciliani parlò questa fimmena? Solo di mafia?
- Solo di mafia!
- Minchia… Ma allora è grave! Dobbiamo intervenire subito!
- Già ci pensai, stai tranquillo.
- E come?
- Telefonai agli amici di Roma, che facessero un poco di casino e smettessero di farci girare i cabasisi.
- E loro?
- Hanno detto che c’avrebbero pensato. Pure loro avevano visto la trasmissione…
- Bravi ragazzi.
- Picciotti degni, sono! M’hanno promesso una trasmissione riparatrice!
- Riparatrice, sì… Come le nozze! E della bottana che le dissero?
- Che se ci riescono passerà un bel po’ di tempo prima che ci riprovi…
- Meno male! Di certe cose è meglio non parlare che poi la gente se ne ricorda e ci vengono a rompere la minchia!
- Appunto…Vedo che il cervello lo usi bene, Sante. Bravo! Però voglio che li tieni d’occhio. Che non cerchino di prendermi per i fondelli.
- La consideri cosa fatta. Ci starò con il fiato sul culo!
- Bene, adesso vai… Torna pure ai tuoi affari.
- Grazie, Don Bernardo! Bacio le mani… Siete la salvezza della nostra amata Sicilia.
- Vai, vai… Non perdere tempo e tienimi informato… E mi raccomando! Dicci a quei minchioni di Roma che voglio una bedda trasmissione, piena di limoni, mare e carretti siciliani!
- Non mancherò, Don Bernardo! Parola d’onore.
Vaìa 
NO SMOKING AREA
- 112, Buongiorno! Dica pure…
- Pronto? Pronto? Mi sentite?
- Pronto? Dica, dica… Alzi la voce per favore!
- Non posso, mi potrebbe sentire…
- Pronto? Ma che diavolo…Signore? Alzi la voce, non la sento!
- Mi sta cercando, non posso parlare più forte…Mi aiuti, la prego!
- La sta cercando? Chi la sta cercando? Dove si trova?
- Sono nel mio bar… Ho provato a spiegarglielo con calma, ma non ha voluto ascoltarmi… Oddio!
- Ma… Cosa sta succedendo esattamente?
- Io gliel’ho detto che qua non si può fumare, ma non mi ha voluto ascoltare.
- Come ha detto?
- Se l’è accesa lo stesso, capisce? E ora mi sta cercando…
- Ma cosa vuole da lei?
- Che non lo denunci. Altrimenti mi ammazza, capisce?
- Come la ammazza?
- Mi ammazza… Mamma mia, che devo fare? Sono chiuso in uno sgabuzzino e la sto chiamando col cellulare! Venite subito! Per carità.
- Bariiiiiiistaaaaaaaaaa? Barista, dove sei?
- Pronto, signore? Ma chi è che urla?
- È lui… è proprio qua fuori. Non posso stare ancora al telefono…
- Bariiiiiiistaaaaaaaaaa? Te lo avevo detto o no di non parlare con gli sbirri? Dove sei, infame? Ho visto che prendevi il cellulare… Vieni fuori!
- Stia calmo, non gli risponda! Arriviamo subito.
- È davanti alla porta…
- Signore? Non la sento più… Signore? Pronto! Pronto!
- Aaaaah, sei qui, ti ho trovato! Apri la porta, barista… Dai!
- La prego, non è colpa mia. È la legge…
- Però sei tu che hai telefonato alla polizia per dirgli che fumavo nel tuo bar!
- Sì, ma ero obbligato …
- Capisco. Eri obbligato… Ma tu non volevi… Ti credo, apri la porta.
- Non si deve arrabbiare. Per favore…
- Come no! Io non sono arrabbiato. È solo che quando ho voglia di fumare divento un po’ nervoso. E inizio a giocare coi coltelli. Questo ti piace? Lo porto sempre dietro con me, per momenti come questi. "Toc, toc…" Lo senti il coltellino sulla porta?
- La prego… Dovevo farlo!
- Lo so, non ti preoccupare…
- Dovevo…
- Stai tranquillo… Non è mica colpa tua. Era inevitabile. Lo sanno anche le pietre ormai che fumare fa male…
Vaìa 
ps
Dannati upgrade di Splinder! Mi spiace lasciar la mia palla numero 8... per un due di picche, poi!
BRICIOLE
- Lo hai fatto di nuovo.
- Fatto cosa?
- Hai buttato le briciole per terra, porco cane!
- Non è vero.
- Non mi raccontare palle! Ti ho visto! Hai buttato le briciole per terra. Ti sei sbafato il tuo stramaledetto panino e ti sei scrollato le briciole di dosso.
- Non è vero.
- Tutto per terra e via! Tanto poi quella che pulisce sono io vero? Stronzo che non sei altro!
- Ti sbagli.
- Ma falla finita che sei pure ubriaco… Quanti ne hai bevuti stasera? Uno, due?
- Due!
- Due cartocci? Ma cazzo… Vuoi bruciarti il cervello? Poi lo vedi che non capisci più niente e mi incasini la casa, porca troia!
- Falla finita! Sono poche briciole, si levano subito. E che cazzo!
- Falla finita? FALLA FINITA? Dì un po’, ma sei stronzo o cosa? Non alzi un dito qua dentro e poi pretendi che IO la faccia finita? Ma vaffanculo! Falla finita tu, razza di idiota! Anzi sai che ti dico? Ora ti alzi e te ne vai da casa mia. Che il panino te l’ho pure procurato io, cretina che sono.
- Ma dai…
- TI ALZI E TE NE VAI DA CASA MIA! Altro che “falla finita”. Ma dimmi tu se ti devo sopportare per forza cazzo. ALZATI! Forza! Fuori dalle palle…
- No, dai… Senti…
- Non sento più un cazzo di niente. Alzati e aria!
- Ma dove lo trovo un altro posto così. Qua fa caldo, dai…
- No bello, dovevi pensarci prima. Dovevi avere più rispetto… FUORI!
Una mano, coperta da un guanto cencioso, emerge fuori da un ammasso di giornali, plastica e stracci abbandonato al margine della strada. Sposta il pannello di cartone che gli faceva da tetto ed emerge lentamente, seguita a breve distanza dal braccio e dal sudario di stracci sporchi e consunti che avvolge la testa.
Pochi istanti dopo il profilo spesso di un uomo si staglia contro la luce dei lampioni. Si dondola lento sulle gambe, incerto su dove andare e per niente desideroso di prendere una decisione. Così si ferma, mezzo fuori e mezzo dentro, e lascia entrare un po’ di notte.
- E chiudi, porca puttana!
- Su, tesoro… Fammi rientrare… Non so dove andare. Cristo, si gela qua fuori!
- Non mi interessa. Chiudi e vattene.
- Ma io…
- Ho detto chiudi!
L’uomo sembra convincersi. Supera con le gambe il bordo di quell’improbabile “casa” e fa un passo verso il centro della strada. Poi si gira e sigilla nuovamente quello che fino a poco prima era stato il suo rifugio. Lo guarda ancora un attimo, sembra esitare. Fa un passo indietro e subito si ferma. Abbassa la testa, si scuote ancora qualcosa dalla lana nera del cappotto (altre briciole?) e se ne va.
Vaìa ![]()
ALLA RECEPTION
Quando l'ho vista arrivare, vecchia e sgualcita com'era, ho temuto che i morti avessero iniziato a camminare sulla terra.
Poi, grazie a una più accurata osservazione e ai suggerimenti di un collega, ho capito che la situazione non era tanto grave (almeno per lei).
La donna, nonostante le apparenze, era clinicamente viva.
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MODO CONDIZIONALE
«Non sopporto il condizionale passato», si rese conto all’improvviso. «Quel maledetto modo composto è il simbolo verbale dell’impotenza». Si alzò dalla sedia per ritrovarsi a parlare da solo, in mutande davanti allo specchio. «Un insieme schifoso di parole, che presuppone sempre – sottolineò la parola sempre con un gridolino di disapprovazione – la presenza a tradimento di una preposizione tipo “però”, “ma”… O di qualche sua forma più subdola, come, che so..., un “se soltanto” o un più anonimo “anche se”». Con la bocca fece il verso di sputare per terra. «Volere e non potere, insomma. La grammatica della fregatura esistenziale».
Per scherzo assunse le pose di un attore caduto in disgrazia, che declama ad alta voce le sue battute con la voce impostata e corposamente piena di un Gassman d'altri tempi. «Avrei voluto esserti fedele, affermò il fedifrago, dinanzi agli occhi bagnati di lacrime della sua amante, ma sai cara, le circostanze non me lo hanno permesso». Si voltò e lo specchio rimandò alla sua nuca l’immagine di una schiena pallida come il latte. «Sarebbe stato bello scrivere su quel giornale, ricordava l’uomo non più giovane davanti a un bicchiere pieno di vino e a molti altri già vuoti, se soltanto ne avessi avuto l’occasione…».
Si fermò e ci pensò su con maggiore attenzione. Il condizionale composto (o passato) era il modo dell’insofferenza, del rimpianto, della nostalgia. Di quello che avrebbe potuto essere, ma non è stato. «Che cosa curiosa - disse a un compagno inesistente che - ci si trova a usarlo sempre di più, con gli anni. Perché va a sostituire in modo naturale il futuro semplice di cui si era soliti abusare un tempo. Nell’età dei “farò”, dei “realizzerò”, dei “vedrò”».
«A chi non piacerebbe ritornare a usare il futuro? - si chiese a un tratto - Sono sicuro che lo avrebbero già fatto in molti, se solo avessero potuto».
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MELTING POT
Diventare torinese non è stato facile. Me lo ricordo io quando sono arrivato, a Porta Nuova. Il latte c’era, ad aspettarmi. Marònna che strano! Io non lo avevo mai visto il latte, così, sospeso per aria. Non mi piaceva. Era una cosa fredda, che mi entrava nei polmoni quando respiravo e mi faceva tristezza. Il sole era come un disco giallo sospeso nel nulla e lo potevo guardare fisso, che se lo facevo al paese mi si bruciavano gli occhi per sempre.
In fabbrica poi i colleghi di qua non mi parlavano e se gli rivolgevo la parola facevano finta di non sentirmi. Avevano una lingua strana - monsù, cerea, camascùsa - che io mica capivo. Allora mi facevo intendere con il lavoro, con la dedizione. Perché non è che volevo fare chissà quali discussioni. A me bastava tirare avanti le ore che servivano e timbrare il cartellino per arrivare alla domenica e prendermi la paga. A parlare ci pensavo nei giorni di festa, con quelli del paese, davanti a un bel bicchiere del nostro vino.
Ma ora è cambiato tutto. Altroché. Sono un torinese, un monsù, pure io. Non c’è stato neanche bisogno di imparare a parlare come loro. O a vestirmi come un gianduiotto di qua. È bastato finire sotto la pressa del reparto. Quella grossa, che fa paura a tutti, soprattutto ai vecchi. Quella che quando bisogna pulirla ci infilano sotto sempre un terùn come me. Che entra in quella sua bocca di acciaio e lacrime a occhi chiusi, pregando la Marònna che non si muova niente. Solo che la Marònna a volte ti ascolta e a volte no. Quella volta si vede che c’aveva da fare.
Ma il rispetto dei miei compagni di fabbrica me lo sono guadagnato, con gli interessi. Perché uno che di fianco a te ci lascia una braccio e una gamba sul lavoro il rispetto se lo prende tutto. Anche se è di giù e se non parla la lingua giusta. Adesso la domenica a turno qualcuno dei vecchi mi porta a passeggio sotto i portici. E a me piace, lasciarmi trasportare davanti ai caffè dove ci va la gente importante. Poi quando la nebbia se ne va e appare il sole, i lampadari di via Po sembrano ancora più belli. E se riesco a spostarmi vedo la sagoma della Gran Madre spuntare dal latte sullo sfondo.
Non mi fa più male la nebbia, adesso. Non mi fa neanche più tanta tristezza. Se sorrido alla gente e mormoro un cerea stretto fra i denti, non si nota quasi la differenza.
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UN BENVENUTO COME SI DEVE
- Buongiorno! Allora, che ti dicevo? Ne è valsa la pena o no?
- Accidenti, sì! È stato solo molto stancante...
- Però ti trovo già meglio.
- Be', una notte di sonno aiuta a riprendersi. Allora, che si fa?
- Non so davvero. Fosse per me resterei a guardarti per ore intere.
- Eh, eh, eh. Temo che dovresti far la guerra con gli altri parenti per un posto in prima fila....
- Hai ragione. Però non posso farci nulla... Qualche consiglio?
- Sì, facciamo così. Adesso mi comporterò come un neonato qualunque. Mi farò guardare, pesare, lavare, cambiare e cullare senza tante storie. Poi...
- Poi...?
- Poi, quando si saranno spenti un po' i riflettori, tu e la mamma mi spiegherete finalmente un po' di cose su questo mondo.
- Tipo?
- Mah... Non so... Perché ho sempre così sonno, per esempio. Oppure quali sono i nomi delle cose che vedo... e dei loro colori. O perché devo indossare questi mutandoni così spessi e ingombranti.
- Va bene, mi pare un ottimo piano.
- D'accordo. Però adesso mettimi giù da mamma che ho fame. Ne riparliamo quando mi sveglierò dal sonnellino... Ciao, babbo.
- Ciao, Jacopo. A proposito, non ti ho ancora dato il benenuto come si deve, io...
- Lo hai fatto eccome! Avresti dovuto vedere la tua faccia quando sono uscito...
- Perché? Com'era?
- Com'era? Era un "benvenuto come si deve", credimi.
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1... 2... 3... LIBERA TUTTI!
- Devi uscire, te l’ho detto.
- No!
- Coraggio, guarda che in fondo non è tanto male qua fuori. Abbiamo preparato tutto come si deve.
- No!
- È inutile fare i capricci. Ti ho già spiegato che funziona così per ognuno di noi. L’ho fatto anche io. Ma è una di quelle cose di cui non ti ricorderai più nulla, per quanto tremenda possa essere. E ti assicuro che per me lo è stata.
- Davvero?
- Davvero, te lo giuro.
- Ma io ho paura. Là fuori è troppo grande. Qua ho i miei contatti, la mia vita. Sono conosciuto, so come muovermi. Se esco dovrò ricominciare tutto da capo.
- È vero, ma sarà molto divertente e noi ti daremo tutto l'aiuto di cui avrai bisogno.
- Non so…
- Non c’è niente da sapere. È un’occasione a cui non puoi rinunciare. Su, vieni!
- …
- Dai! Devi soltanto lasciarti andare. È molto più facile di quel che pensi.
- Sì, ma tutta quella luce mi darà fastidio.
- Allora chiudi gli occhi.
- Ma se lo faccio come vi riconoscerò?
- Dalla voce, dall’odore. Dal tocco delle nostre mani… Gli occhi li apriremo più tardi, tutti insieme.
- Ma…
- Niente ma! Non è più tempo di avere dubbi. Forza, scivola fuori. Voglio fare la tua conoscenza…
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PICCOLI INSEGNAMENTI DAL MANUALE MAVERICK
Quando l’anestetico iniziò a fare effetto, gli occhi del professore si chiusero di colpo. Nonostante tutte le indicazioni fornite dal tecnico di laboratorio gli avessero descritto la fase iniziale del viaggio come un susseguirsi di sensazioni dolci e riposanti, che lo avrebbero condotto (per tranquillizzarsi si era ripetuto le parole esatte fino a qualche istante prima) “per mano verso l’oscurità”.
Non appena raggiunse la piena incoscienza ed ebbe iniziato la progressione verso la multidimensionalità - ribattezzata nella terminologia scientifica come “stato di Warren-Hicks”, in onore dei due scienziati che ne avevano classificato per primi le variabili biometriche -, il corpo dell’uomo fu messo sotto stretto monitoraggio psico-fisico, secondo quanto previsto dalle norme stese dal Comitato Internazionale e fatte proprie da ogni Commissione scientifica locale. [...]
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BLOGHDAD
- Come sto?
- Bene… certo… Solo che, ecco, dovremmo discutere di quella questione importante…
- Dio mio Franco, che noia che sei!
- Senti, lo so che ultimamente sono un poco pressante… Ma…
- Sì, sì. Però dimmi, che nodo preferisci, alto o basso?
- Basso, così si fascia di più la fronte e il look è più piratesco.
- Ecco, sì… Hai ragione. Vedi che quando vuoi mi sei utile, Franco?
- Ehm… adesso cinque minuti me li concedi?
- Madonna mia, che angoscia! Dai, dimmi.
- È per quell’italiano che hanno rapito, quel Baldoni. Le nostre fonti…
- Ma a Gheddafi piacerà? Sai lui sì che è uno elegante, mica come Tony… Sempre con quelle sciarpe così etniche sulla divisa.
- Penso di sì… Ma tirala un po’ più sui lati… Così!
- Scusa, ti ho interrotto. Cosa mi stavi dicendo?
- Parlavo del Baldoni, il giornalista rapito in Iraq. Domani scade l’ultimatum e…
- Abbiamo già detto che resteremo fermi contro la minaccia terroristica?
- Sì…
- E che non ci faremo piegare?
- Anche…
- Bene e allora che vuoi? Tanto poi lo rilasciano. È uno come loro, un maledetto comunista. Cosa c'è? Hai paura che gli facciano male?
- Ma le nostre fonti…Insomma, quel pacifista era lì per…
- Ma lascia stare le fonti, Franco! Cosa vuoi che facciamo, che ci ritiriamo? E poi, scusa se te lo dico, ma sei proprio un ingenuo. Ti pare che un comunista possa essere pacifista?
- Certo che no!
- E poi non vorrai che dia ragione a quel capellone di Rutelli o a quel morto di sonno di Fassino, che non fanno altro che dirmi che in Iraq non ci dovevamo andare... Che era prevedibile finissimo tutti ammazzati... Che qui e che là... Uff! Menagrami, ecco cosa sono. Dei menagrami! Che poi se vince Kerry voglio proprio vedere che s'inventano. Hanno già iniziato a mettere le mani avanti.
- Hai ragione, non dobbiamo cedere di un millimetro.
- Ecco! Vuoi che faccia capire ai terroristi che potremmo anche trattare? Vuoi che ci facciamo questa incommensurabile figura di merda con George?
- No!
- Vuoi che Mr. President ci tratti come delle fighette francesi qualunque?
- Noooo!
- O magari come tedeschi mangiacrauti! Che se non c'erano gli americani a ripulirgli il culo erano ancora là con le svastiche sul petto e il piatto vuoto.
- Gesù, nooooooooooooooo! Ti prego!
- Vedi che ho ragione? E poi, Franco, non sei tu quello che dice sempre che vorrebbe fare un giro sull’Air Force One?
- L’aereoplanone bello!
- Guarda che se facciamo pensare a un disimpegno te lo puoi scordare.
- Hai ragione, scusami. Avevo perso la testa… Ma se poi per l'ostaggio finisce male?
- Per Dio, Franco! Non ricordi più il nostro motto di guerra? “Contrizione sul viso e serenità nel cuore”… Siamo nel giusto, non dimenticarlo. Anche Dio è con noi, oltre a George Dabliù s’intende. E comunque quel giornalista è stato un idiota. Se l’è proprio andata a cercare, non trovi?
- Eccome! Ma dico, c’è una guerra e tu vai a fare l’eroe volontario. Almeno ti pagassero!
- Infatti... E poi coso, lì… il Baldoni non lavorava a Diario, quel giornale di comunisti?
- Sì…
- E tu davvero pensi che i terroristi ammazzino i loro amichetti di sinistra? Piuttosto, parliamo di cose serie… La bandana, è meglio che la metta fin da quando arrivo o solo in udienza privata?
- Forse è meglio indossarla solo in privato.
- Dici?
- Ma sì, dai. Ti presenti in doppiopetto e la tiri fuori soltanto sullo yacht. Sai che figo? A proposito, potrei venire anche io sul 30 metri del Colonnello?
- Ti piace, eh?
- Da morire…È pieno di aggeggi tecnologici!
- Dai allora. Se è d’accordo ti faccio salire…
- Grazie, Silvio. Davvero. L’ho sempre saputo che a fare il Ministro degli Esteri si vedono un sacco di cose interessanti.
(ANSA) - ROMA, 27 AGO - IRAQ, ENZO BALDONI UCCISO ALLA SCADENZA DELL'ULTIMATUM
L'Esercito islamico in Iraq ha ucciso Enzo Baldoni. E' stata la tv araba Al Jazira a dare la notizia nella tarda serata di ieri. La stessa tv non ha voluto mandare in onda le immagini dell'esecuzione, di cui è in possesso: sarebbero "agghiaccianti".
MONDO POLITICO SCONVOLTO - BERLUSCONI, ATTO DI BARBARIE
Con il presidente della Repubblica, il mondo politico reagisce sconvolto: orrore e condanna, pietà per i familiari sono stati unanimi nelle reazioni. Tra poche ore, con l'audizione alla Camera del ministro degli Esteri Frattini, ci sarà occasione per discutere della situazione in Iraq e della presenza militare italiana che divide gli schieramenti. "Non ci sono parole per un atto che non ha nulla di umano e che d'un colpo cancella secoli di civiltà per riportarci ai tempi bui della barbarie", ha detto il presidente del Consiglio Berlusconi, ribadendo la "ferma determinazione a combattere il terrorismo, dovunque e in tutte le forme in cui si manifesti". L'Italia "manterrà fede ai suoi impegni", ha assicurato il premier.

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IL SOTTILE FILO ROSSO
Nuotando in quella piscina assolutamente pulita, sotto lo scheletro in legno chiaro della copertura invernale ormai smantellata e un cielo tanto azzurro da poter essere lo sfondo perfetto di qualsiasi cartolina, all’improvviso si sentì pervadere da un’ignota sensazione di benessere. Che lo fece sentire stranamente scandinavo.
Come il figlio orgoglioso di una società civile e progredita, dove regnava ancora un welfare state funzionante come un orologio e dove esistevano lavori in cui le pause pranzo erano così perfettamente flessibili da permettergli di mollare giacca, cravatta e scartoffie per un corroborante tuffo di metà giornata. Prima di ritornare a svolgere senza rimpianti il ruolo che gli spettava nella società.
Quando uscì dall’acqua per stendersi al sole, durante quei pochi minuti che gli rimanevano, la sua soddisfazione si fece ancora più forte e iniziò a sentirsi filosoficamente in armonia con tutto quello che lo circondava. Dalla gente che mangiava seduta ai tavolini in plastica del bar fino agli esili fili d’erba che dondolavano placidi alla brezza estiva.
D’un tratto, però, la sua attenzione fu rapita da un filo rosso, sottile e impudico, che campeggiava vittorioso fra le pieghe di un corpo perfetto. Sinuosamente abbronzato. Fu in quel momento che la sua provvisoria natura scandinava assunse di nuovo marcati tratti mediterranei. Forse, pensò, era davvero il caso di utilizzarlo fino in fondo il magnifico stato sociale di cui poteva godere.
Prese il cellulare e telefonò in ufficio, per comunicare una suo improvviso malessere. Niente di grave, ma abbastanza fastidioso da consigliarli di stare a riposo per il resto della giornata. Quindi si alzò in piedi, pettinandosi i capelli ancora bagnati con la mano aperta, e si diresse verso la fortunata proprietaria di quella piccola striscia di tessuto, per offrirle da bere.
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LUCIANO
Adesso mi verranno a dire che avrei dovuto fumare meno. O per niente. Che non avrei dovuto bere così tanto (vino soprattutto, anche se non sempre di buona qualità). Per non parlare, sosterranno, del fatto che avrei potuto condurre una vita più regolare. Con un lavoro serio, sicuro, posato, che mi facesse pensar meno al gioco e più al futuro. Il corniciaio, ad esempio, che per altro ho fatto anche per molto tempo. Solo che poi il negozio ha finito per chiudere e io non mi ricordo neanche bene il perché.
Comunque, a predicar bene son boni tutti. Come se mi fossi divertito, per tutto questo tempo, a passare un giorno dopo l’altro su una sedia, in compagnia della mia canottiera e di un paio di bermuda troppo larghi sulle gambe (e stretti in vita), con una bombola vicino a dispensare non gas ma ossigeno (Dio solo sa quanto mi serviva). Ora davvero me li posso immaginare, a mormorarmi dietro che gli dispiace. Nonostante tutto. È come se li sentissi, con i loro “Certo che…”, i “Però…”, gli “In fondo…”.
Allora parlo io, per una volta che c’ho fiato. Tanto poi di tempo per riposarmi ne avrò quanto ne voglio. “Certo che…” non me ne importa una beneamata di quel che pensa qualcuno. Perché a giocare a carte mi divertivo e chi stava con me pure. Di sicuro non si sarebbero divertiti loro, ma cosa volete che mi interessi ora, ché non me ne è mai fregato nulla prima. Perché quel che facevo l’ho sempre deciso io, da solo. “Però…” sono stato capace di affetti e sentimenti veri, passionali, feroci. Da fiorentino di sangue buono, testardo e incapace di dare ragione, se non a posteriori (forse, e se ero della luna giusta).
E, “in fondo…”, so bene che di tutta questa vita sregolata non rimarranno che poche tracce. Ma saranno quelle che contano, quelle importanti. Il ricordo di una sana litigata fra fratelli, in montagna, davanti al Limentra che scorre freddo. Le cornici che ho montato, con il gusto acre del solvente per il legno sulle dita, e che adesso abbelliscono qualche parete, col mio nome scritto dietro. Le telefonate gridate alla mamma, giù a Firenze, e la cura con cui mi rimboccava le coperte Anna quando faceva più freddo.
O le tante serate da giocatore incallito, con l’odore del tabacco a far da contorno a una lingua impastata dal chianti. Gli occhi socchiusi per il fumo e la sigaretta penzoloni dalle labbra, in attesa della mano vincente.
Vaìa ![]()
BLUB...
- Scusi, mi aiuterebbe? Sto affogando…
- Ma che sta dicendo?
- Come sarebbe “che sta dicendo”? Mi aiuti, la prego! Le ho detto che sto affogando…
- Ma dove, nei debiti?
- Veramente no… Anzi, a soldi direi che è un periodo relativamente tranquillo.
- Allora non capisco. Vorrà mica farmi credere che sta affogando nell’acqua?
- Veramente no. Come vede sono qui in ufficio, comodamente seduto sulla mia poltroncina. E di acqua in giro non ne vedo.
- Ah… allora dov’è che starebbe “affogando”, mi scusi?
- Nei miei pensieri… nella noia di queste giornate tutte uguali.
- Uhm… Non mi è chiaro.
- Vede, è che a volte mi chiedo se…
- Sì?
- Non so bene come spiegarle.
- Ci provi.
- È come se tutto quanto fosse solo un sentimento già vissuto.
- Ah!
- Ecco, sì. Come la scena di un film già visto e rivisto. Lei capisce, è roba che alla lunga può logorare.
- In effetti…
- Ha qualche consiglio da darmi?
- Veramente no, mi spiace. Forse era meglio se stava affogando davvero…
- Lo credo anch’io.
- Sono desolato.
- Si figuri, comunque è stato gentilissimo…
- Bene, allora io vado.
- Addio.
- Ah, una cosa ci sarebbe a dire il vero.
- E cioè?
- Provi a concentrarsi su qualcosa si concreto. Aiuta, sa?
- Sì ma cosa? Tutto mi appare così ovvio e nebuloso.
- Appunto! Deve pensare a qualcosa di solido, tangibile.
- …
- Qualcosa di utile, anche. O meglio, che le sia utile in questo particolare momento.
- Facile a dirsi. Non saprei proprio…
- Trovato!
- Svelto, allora, mi dica…
- Che ne direbbe di un bel boccaglio?
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TAXI DRIVER
Non mi piaceva quel tassista. Troppo rasato, troppo sudato e troppo amante della musica heavy metal, che l’autoradio sparava a tutto volume dalle casse della sua Mercedes scassata.
Non mi piacevano i suoi orecchini (d’oro giallo, uno per lobo) e non gradivo nel modo più assoluto la sua maglietta nera, da cui campeggiava satanico un teschio con le orbite vuote e senza vita.
Quando mi ha portato a casa gli ho chiesto se poteva aspettarmi, perché avevo ancora bisogno di lui. Poi sono salito, ho preso la mia rivoltella e sono tornato in macchina, chiedendogli di accompagnarmi all’aeroporto.
Ora il frastuono è cessato, finalmente. La Mercedes, tirata a lucido, trasmette soltanto musica classica (Bach ed Haendel per lo più) e alla maglietta nera si è sostituita una più sobria Lacoste verde bottiglia.
Agli altri tassisti il cambiamento è sembrato strano. Alcuni hanno continuato a fissarmi, chiedendomi che fine avessero fatto i miei orecchini, ma io non gli ho mai risposto e dopo un po’ hanno smesso di chiedermelo.
L’unica cosa che mi spiace è di aver dovuto tagliare a zero i miei bei capelli. Ma non ho potuto farne a meno, troppi cambiamenti in un colpo solo attirano l’attenzione.
Vaìa ![]()
GUNDAM DEI POVERI
È duro essere un androide quando non trovano più il tuo caricabatterie. Ma è ancora più duro quando ammettono candidamente di non averne nessuno compatibile con il tuo modello, tanto da doverlo ordinare per posta. Come un alternatore qualsiasi.
Tu rimani fermo, per paura di muoverti troppo e consumare le ultime energie, mentre con i pochi circuiti funzionanti che ti restano pensi a come sarà terribile e dolcissimo insieme affogare nel buio in cui sprofonda il ferro abbandonato a se stesso.
Senza ricordi e senza preoccupazioni. E, soprattutto, senza neanche il rimorso di non poter essere utile alla società che ti ha creato. Perché non è colpa tua, ma di qualche tecnico incompetente.
Fino a quando, per l’ennesima volta, ti grideranno felici di aver trovato un paio di pile ancora abbastanza buone da costringerti a proseguire a marce ridotte, stordito e barcollante, fino a che non riceveranno dalla casa madre il pezzo mancante.
Odio gli uomini e i loro piccoli stratagemmi per tirare avanti. Ti obbligano ad essere insufficientemente efficace, anche quando nessuno te lo chiederebbe.
Vaìa ![]()
6 giugno 1944
Mi hanno preso appena il portellone è venuto giù.
Ma mica uno di quegli stupidi colpi di striscio, che quando ti chiedono come stai puoi fare lo sguardo da duro e dire che è soltanto un graffio.
Magari!
Mi han preso proprio in pieno, in mezzo al petto. Roba da non crederci, non sono neanche riuscito a sbarcare per bene.
Anzi. La forza dello sparo mi ha spinto indietro, facendomi cadere sul metallo dell’anfibio. Prima di finire in acqua ho anche sbattuto la testa, dannazione.
Adesso mica lo so come è andata a finire. Se abbiamo vinto e tutto il resto, intendo.
Ed è un vero peccato, perché da sotto questo metro scarso di terra non si vede nulla. Neanche il cielo. E soprattutto non si sente l’odore del mare, che pure dovrebbe stare qui a due passi.
Figuratevi se ho idea di che fine hanno fatto i miei compagni. Se si sono salvati o se invece ci sono rimasti per sempre, su quella spiaggia di sangue e metallo.
Proprio come me.
A masticare sabbia e conchiglie, stritolato dalla Storia.
Sulle spiagge grigie di Omaha beach.
Vaìa ![]()
2.0
Siamo alla frutta, nessuno cerchi di convincermi del contrario. Perché è chiaro come il sole che non siamo più compatibili con il resto del mondo. Punto e a capo. Non ci vuol molto a capirlo, basta guardarci. Mentre succhiamo come zecche il sangue dalla terra, fottendocene altamente che non ce ne sia per tutti nella stessa misura.
Per questo c’è poco da fare, ormai. Anzi, sono convinto che il conto alla rovescia sia scattato da tempo. E magari su un orologio a muro, in qualche scantinato nascosto, c’è persino scritto quanto tempo ci rimane (esattamene) per saldare i conti in sospeso prima di sparire. Varrebbe quasi la pena di trovarlo, giusto per togliersi la curiosità.
Non pensiate che mi sia di qualche conforto il fatto di non essere da solo. Odio farmi coraggio con la paura altrui, o ridere per non pensare alla nostra enorme stupidità. Soprattutto quando percepisco, con offensiva chiarezza, che altri hanno già iniziato a vincere la gara dell’adattamento al posto nostro.
Ma se dovessi beccare il programmatore incaricato della liquidazione, vi giuro che proverei a parlargli. Anche se non dovesse rispondermi. Perfino se si coprisse le orecchie con le mani per non sentirmi blaterare. Lo riconosco, non servirebbe a nulla. Ma almeno avremo guadagnato qualche decimo di secondo. In attesa del botto.
Comunque vada siamo in dirittura. Mentre parliamo lo stakanovista starà già modificando il codice della nostra vita assurda e sconfusionata. Uno di quei cambi che cambiano le regole del gioco e che servono a far ripartire tutto il fottuto pianeta messo insieme. Da uno a due (punto zero), come in ogni olocausto che si rispetti.
Vaìa ![]()
GPS
- Guarda che abito lontano… Non ti devi disturbare.
- Ma a quest’ora come fai senza macchina? Vorrai mica prendere il treno… Sarebbe troppo scortese da parte mia, soprattutto dopo averti costretto a rimanere fino alla fine della riunione.
- D’accordo, se la metti così non posso rifiutare. E poi hai ragione... Non si sa mai chi si può incontrare in treno a quest’ora. Specialmente se si è reduci da un incontro di lavoro in minigonna e tacchi alti.
- Ah, e poi mi hanno appena installato il navigatore satellitare! È un vero spasso, ci metteremo un attimo ad arrivare.
- Va bene, va bene. Ti ho detto che mi hai convinto.
- Ecco la macchina. Dimmi un po’, com’ è già che si chiama il tuo paese?
Torino – Rivarossa, chilometri 46,4, tempo previsto di arrivo 48 minuti.
Buon viaggio. Si ricorda che è obbligatorio allacciare le cinture, prestare attenzione agli imprevisti e ricordarsi delle cose che contano davvero nella vita.
- Che carino! Parla!
- E certo che parla. Ma dì un po’, non hai mai visto un navigatore satellitare? Ti guida docile fino alla meta. Basta dirgli dove andare.
- Che meraviglia se fosse tutto così facile nella vita. Programmi e qualcuno ti porta dove vuoi andare senza fatica e preoccupazioni…
- Oddio, senza fatica no. Devo comunque guidare.
- Stupido! Hai capito benissimo cosa voglio dire. Potrei persino fare in modo di trovare qualcuno di interessante con cui uscire.
- Ma dai! Vuoi farmi credere che hai qualche problema di socializzazione? Non riesco davvero a immaginarmelo…
- La fai facile tu, sposato e con due bambini. Ma mettiti nei miei panni… Quando a 33 anni continui a rimanere zitella, inizi a pensare di avere qualcosa che non va.
Uscire dall’autostrada E70, togliersi ogni idea malsana dal cervello e proseguire diritti.
Fra 400 metri spostarsi in Tangenziale Nord, direzione Caselle, e svoltare a destra verso località “Pensa-bene-a-quel-che-fai”.
- Certo che oggi fa un caldo asfissiante, meno male che hai l’aria condizionata. È confortante avere a che fare con uomini che non si fanno mancare proprio nulla.
- Beh, finché posso cerco di togliermi qualche sfizio. D’altra parte passo in macchina gran parte della giornata e cerco di mantenermi più fresco possibile. Ma vuoi che abbassi la temperatura di un paio di gradi?
- No, meglio di no. Forse dovrei togliermi la giacca. È l’abitudine… la indosso la mattina quando ho qualche appuntamento importante e poi me la dimentico addosso tutto il giorno. D’estate non è il massimo. Ecco fatto. Molto meglio, non trovi?
- Sì, indubbiamente. Cos’è quel disegno che hai sulla spalla, un tatuaggio?
Fra 200 metri, dopo l’ultimo senso di colpa inascoltato in fondo a destra, immettersi nella strada statale 460 e proseguirei per i prossimi 9,3 chilometri.
All’ingresso di “Pensa-bene-a-quel-che-fai” girare a destra in via “Ricordati di Clara” e dirigersi verso corso “E dei bambini”.
- Ti piace? Alcuni mi dicono che sia un po’ audace… Ma d’altra parte io sono una donna fatta così. Mi piace decidere cosa fare della mia vita senza pensarci troppo sopra.
- Capisco…
- Così quando ho visto questo disegno tribale in vetrina da quel tattoo shop non c’ho pensato due volte e mi sono fiondata dentro. Avresti dovuto vedere la faccia delle mie amiche. Però credo che mi doni molto. È… sensuale, ecco!
- Direi di sì, specie quando si ha la carnagione scura come la tua.
- Ma sai che lo penso anche io? Ecco, guarda. Siamo arrivati, fermati lì al 18.
Fine del viaggio.
Destinazione raggiunta. Tempo di percorrenza 57 minuti. Velocità media 82 chilometri orari.
Si ricorda che è molto pericoloso scendere dalla macchina.
- Bene, allora. Senti un po’, vuoi mica salire a bere qualcosa?
- No, davvero. Mi piacerebbe ma è tardi e devo tornare a casa…
- Ma come? Arrivi fin qua e te ne riparti subito senza neanche prenderti un caffè? O un bicchier d’acqua. Dai, non ti mangio mica!
Ripeto. Fine del viaggio.
Destinazione raggiunta.
- No… è che…
- Ma se non c’è nessuno che ti aspetta oggi. Sbaglio o tua moglie e i bambini sono ancora fuori città? Me lo hai detto proprio tu stamattina…
Si ricorda vivamente che è davvero molto pericoloso scendere dalla macchina.
- Ma, ecco…
- Ehi, guarda che sei proprio forte! Vabbé, io scendo. Grazie ancora del passaggio. Sei stato carinissimo.
Destinazione raggiunta.
- Katia?
- Sì…
- Magari un caffè… sai… lo prenderei volentieri.
- Finalmente! Dai, spegni la macchina e vieni su. Un caffè non sarà mica la fine del mondo?
Ripeto. Fine del viag...
Vaìa ![]()