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Gomma chi?

» 33 anni, sposato con una splendida psicologa e babbo di uno jacopino doc, Gommaweb è attivo sulle scene del capoluogo subalpino dal lontano 1973.

Nato a Firenze ma torinese d'adozione (orrore!), Gommaweb è fisicamente simile a Raul Bova (dall'alto), Robert Redford (di nuca) e Jovanotti (quando canta). È alto 1 metro e 84, calza il 44 di piede e pesa circa 78 chili.

Possiede un bel paio di occhi azzurri e i suoi capelli, corti e castani, stanno con sua somma rabbia mostrando le prime tracce di "sale e pepe".

» Di mentalità vincente, dedica la sua passione sportiva alla squadra della sua città natale, la Fiorentina, tornata alla grande
in serie A dopo una rincorsa stratosferica.

A Torino, scarta subito l'idea di tifare per i Ladri a strisce e si infatua dei granata, che dopo un passato glorioso militano purtroppo in serie B.

Gli amici lo definiscono "il masochista dello sport "

» Nel 1998 si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi su "L'immagine della droga sui quotidiani italiani degli anni Settanta".

Durante la discussione il controrelatore gli grida: "Va a lavurà, drugà!" e lo caccia.

» Dopo la laurea e un lavoro casuale in banca, trova brillantemente posto come addetto stampa di una software house della PA piemontese.

» Tra le sue collaborazioni più riuscite: Narcomafie, L'Indice dei Libri del Mese, l'Ufficio Stampa del Gruppo Verdi e Democratici del Consiglio Regionale piemontese e l'Ufficio Stampa del Gruppo Abele di Torino.

Iscritto all'albo dei giornalisti del Piemonte, Gommaweb collabora con alcune testate di informazione, fra cui questa e questa.

» Le sue passioni:
- i libri (gialli per lo più)
- il cinema (non sentimentale!)
- la scrittura
- il footing
- il calcio a cinque (in porta)

» Top five film:
0) Ritorno al Futuro I, II e III (uber alles)
1) Blade Runner
2) Momenti di gloria
3) Frankenstein Jr
4) Tutti gli uomini del Presidente
5) La vita è bella

» Mangia volentieri:
- insalata di riso
- costata alla fiorentina
- pasta al forno
- guacamole (quello della "zia")
- tiramisù (cioccolato a
scaglie e non in polvere).

Mangia da un anno e mezzo:
- pochi dolci
- molto riso in bianco
- molte insalate

» Top five musica:
0) Fabrizio (uber alles)
1) Franco Battiato
2) Francesco De Gregori
(ma senza la Marini)
3) Paolo Conte
4) Giorgio Gaber
5) Keith Jarret.

» Top five Tv:
1) Santoro
2) Dandini & Guzzanti
3) Angela's Family
4) La Storia in prima serata
5) Sfide

» Top five scrittori gialli:
1) Sir Arthur Conan Doyle
2) Andrea Camilleri
3) Carlo Lucarelli
4) Loriano Machiavelli
5) SS Van Dine

» Ristorante preferito: Da Bibe, Scandicci, Firenze

» Cosa detesta? L'ignoranza, l'arroganza del potere e la juventus.

giovedì, 30 ottobre 2003
::: racconti

UNA LETTURA AVVINCENTE
La prima volta ti ho visto nella tua macchina, tutta intenta a leggere un libro dalla copertina rossa. Avevi posteggiato proprio nel mezzo di uno dei corsi a maggior percorrenza della città e la tua macchina, piccola e azzurrina, quasi non si notava in tutto quel trambusto di colpi di clacson e tubi di scappamento. Io stesso ti ho visto all’ultimo e sono riuscito a evitarti solo per un soffio, ruotando alla disperata il volante del mio autoarticolato.
Tu non hai neanche alzato lo sguardo… non mi hai neanche visto. E hai continuato a leggere. Ma io ti ho osservato a lungo, dallo specchietto. Ho osservato il tuo viso, concentrato nella lettura e le tue mani, strette intorno al libro che ti aveva rapito. E ho iniziato a sperare di poterti rincontrare.

La seconda e ultima volta che ti ho visto è stata qualche giorno dopo. Eri di nuovo posteggiata nel mezzo della strada, anche se questa volta avevi acceso le luci di stop per farti vedere meglio. Ma per fortuna mi aspettavo di vederti comparire all’improvviso e non ho dovuto neanche cercare di evitarti all’ultimo secondo. Ti ho preso in pieno, schiacciando la tua insulsa vetturetta azzurra con tutti e dodici i pneumatici Goodyaer del mio Volvo con rimorchio.
Quel giorno trasportavo piastre di cemento e tubi di acciaio verso uno dei tanti cantieri olimpici della città. Forse non ti sei neanche accorta di nulla. Forse te ne sei andata nell’arco di qualche secondo. Non lo so e francamente non m’importa. Spero solo di essere riuscito a non farti arrivare alla fine del tuo fottutissimo libro.

Vaìa




Parola di gommaweb | link | commenti (9)

mercoledì, 29 ottobre 2003
:::

- Comunicazione di servizio -
"Spazio Narciso" si arricchisce con Blog-show. Vi piacciono i racconti che pubblico? E allora votate, votate, votate... e fate ingrandire la mia povera e patetica coda di pavone, ridotta ormai a dimensioni lillipuziane!

Come fare? Andate più in basso nella colonna di sinistra e cliccate su "Vota questo blog". Facile, no?

Vaìa


Parola di gommaweb | link | commenti (1)

domenica, 26 ottobre 2003
::: racconti

IL VOLO
Mi chiamo Manuel Righi, ho ventitrè anni e penso di aver imparato a volare, anche se non ne sono sicuro. Può sembrare incredibile, me ne rendo conto, ma si tratta solo di aver fatto di necessità virtù, nel senso che non avevo altra scelta. Come dire... più che volere volare, dovevo volare. È iniziato tutto come in un sogno, di quelli che un po’ ti angosciano, perché non riesci a capire dove finiscano per lasciar spazio alla realtà. Temo dipenda tutto dalla quantità di percosse che mi hanno rifilato in prigione. Mi hanno fatto perdere coscienza tante di quelle volte, per poi risvegliarmi con una secchiata di acqua e urina gelate, che a un certo punto ho smesso di chiedermi dove fossi finito. E soprattutto che cosa avessi mai fatto per meritarmi tutto quello che mi stava accadendo.

Uno strano sogno, dicevo, di quelli che quando li vivi hai la chiara sensazione di essere sveglio. Per via degli ambienti in cui ti trovi, così vividi, o delle sensazioni che provi, tanto intense da farti male. Solo che poi ti svegli e non capisci se te lo sei lasciato alle spalle o no. Ora come ora so solo che non ero nella mia casa di Buenos Aires, ma in un ambiente stretto e buio, che poteva essere tanto lo scompartimento di un treno quanto l’interno di un autobus. Alla mia destra c’era un piccolo finestrino, completamente oscurato dal buio della notte, e di sottofondo un rumore continuo e ovattato, che mi martellava le orecchie. Un ronzio persistente, come le fusa di un gatto enorme.

Non ero solo, questo lo ricordo bene. Mi stavano d’intorno altre figure, vestite di nero, che mi ripetevano severe e autorevoli di stare calmo e di non agitarmi. Ma io non ero preoccupato, davvero, nonostante la strana situazione in cui mi trovavo. Ero seduto per terra, quasi sbattuto a dire il vero, ma non stavo neanche troppo scomodo, a parte il leggero torpore che mi aveva invaso braccia e gambe, piegate da troppo tempo nella stessa posizione. Però ero curioso, questo sì, soprattutto di capire su che mezzo mi stessero trasportando. Non sembrava procedere né su rotaie né su strada. A volte si piegava su un fianco, proprio come una barca in mezzo a una tempesta, ma più dolcemente. Quando succedeva il mio corpo veniva sballottato nella stessa direzione, come un pacco abbandonato.

All’improvviso ricordo che qualcuno ha spalancato una porta, o qualcosa di simile, perché l’aria fredda della notte mi colpì in faccia a tradimento, con una forza di cui non la credevo capace. La sorpresa fu tanta che me ne seccai perfino, perché nessuno me ne aveva chiesto il permesso. Poi due uomini mi hanno sollevato per le ascelle e ho sentito l’aria farsi violenta e fredda. Un attimo dopo potevo vedere l’aereo su cui viaggiavo farsi sempre più piccolo, mentre la terra si avvicinava veloce e il paesaggio sembrava schiarirsi un poco, per acquistare forma e colore: la costa argentina con i piccoli paesi di pescatori, i campi coltivati dell’interno, le macchine sulla superstrada, con i fari accesi. E le onde del mare, con i loro spruzzi bianchi. Tanto vicine che potevo quasi sentirne le gocce sul viso.

Fu a quel momento che iniziai a volare. Mi fermai a mezz’aria e diedi un’occhiata intorno. Ero solo nel buio più nero, ma se alzavo lo sguardo oltre il mare e le case dei contadini, riuscivo anche a vedere la piazza vicino alla mia casa di studente. Nel mezzo, dritta e fiera nel suo vestito della festa, c’era la figura familiare di mia madre. Alla luce dei lampioni mi pareva ancora più vecchia di quando l’avevo lasciata. Se ne stava in piedi immobile, con un foulard a fiori in testa a ripararle i capelli e una mia fotografia fra le mani. Si trovava con altre donne e urlava con tutta la forza dei suoi polmoni malandati, ma io non potevo sentirla. Vedevo le sue labbra che si muovevano e che parevano scandire il mio nome, lettera dopo lettera. Tutto intorno, la gente che passava le lanciava solo una rapida occhiata per poi proseguire quasi infastidita.

Non sono mai tornato a terra. Ancora oggi mi chiedo come mai non sia più riuscito a risvegliarmi e perché sia rimasto invece sospeso quassù, come un uccello indeciso. Nella mia mente rimangono frammenti di sogno e di realtà, che si fondono insieme. La gente che fa finta di non vedere, mentre mi portavano via. La luce intensa che usano per accecarmi durante gli interrogatori. L’offesa del dolore in ogni angolo della mia carne, pulsante come un liquido rovente nelle vene. O il volto di mia madre, in quella piazza, con il suo fazzoletto a fiori. E quel rumore di sottofondo, quel ronzio cupo e regolare, che io sento allontanarsi nel vuoto insieme a un aereo militare verde e grigio, un attimo dopo essere caduto.

Vaìa


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lunedì, 13 ottobre 2003
::: racconti

IL SOGNO DI GIOVANNI
Appena l’infermiera fu uscita dalla stanza, Giovanni si tirò un poco su con le braccia, assestando sui gomiti il suo corpo di novantenne. Poi tornò alla carica.
- Allora signori miei, chi ci sta lo deve dire adesso. Per quel che mi riguarda non ho intenzione di rimanere qua dentro un minuto di più. Ragion per cui questa sera me ne vado. Chi viene con me?
Intorno a lui tre paia d’occhi lo fissavano sgranati. Il primo a rispondergli fu Niccolò, classe 1931, ex bidello ricoverato a Villa Gisella da due mesi per i postumi di un brutto intervento all’addome.
- Dio santo Giovanni, ma che tu fai? Ricominci a sragionare? No lo vedi che non sei bono neanche a rizzarti come si deve sul letto? E parli di scappare dall’ospedale. Vaìa Giovanni, dammi retta. Tu in questo ospedale tu ci resti, altro che!
Giovanni lo ascoltò appena. Tanto lo sapeva che Niccolò non sarebbe scappato. Lo aveva già capito. Era uno di quelli che fra le pieghe dei regolamenti si annidava con la stessa caparbietà di una zecca nella pelle dei cani. Ci viveva di regole, gli davano sicurezza. Anche lui era stato così, una volta, soprattutto quando era nella Guardia di Finanza. Ma adesso aveva raggiunto l’età in cui poteva fare o dire quello che riteneva meglio. E di certo non sarebbe stato Niccolò a fargli cambiare idea.
- E tu, Daniele? Rimani qua con Niccolò o vieni via? – riprese Giovanni, spostando lo sguardo sul letto di fianco al suo, dove trovò ad attenderlo quello di un omone sui cinquant’anni, enorme e stanchissimo, per via di un enfisema ai polmoni che lo costringeva a letto con l’ossigeno al naso. Per non parlare delle crisi di astinenza da tabacco di cui soffriva a causa della mancanza dei soliti due o tre pacchetti di Nazionali al giorno.
- Giovanni... Giovanni – sospirò - Io non ho più fiato. Mi ci vedi tu con i miei centoventi chili di peso e il mio respiro da rachitico a sgattaiolare fuori dalla porta senza farmi vedere dagli infermieri di guardia? (rantolo) Io non mi ci vedo... rimango qua e se va bene fra qualche tempo mi dimettono e me ne torno a casa per l’ingresso principale (secondo rantolo).
- Ho capito, ho capito – riprese Giovanni, lasciandosi cadere sui due cuscini che aveva dietro la testa (i gomiti avevano iniziato a dolergli in modo fastidioso). Me ne andrò da solo. Perché se sia Niccolò che Mario han deciso di rimanere... non è che posso pensare che Davide faccia l’eroe e venga con me... È vero Davide che non ci vieni con me? Oh! Davide!
Davide, ottantatrè anni di vita, da due era inchiodato su un letto con gli occhi sbarrati e un sorriso sognante dipinto sulle labbra. Si girò verso Giovanni soltanto quando sentì chiamare il suo nome per la terza volta e rispose con la sola parola che sembrava aver ricordato.
- Mamma?
- Sì, mamma! – sbottò Giovanni, senza neanche girarsi – La mamma è a casa, Davide. Magari viene più tardi. Sapete cosa? – aggiunse poi per gli altri, ma senza fare la fatica di mettersi dritto per guardarli – Io me ne vo da solo. Ormai ho deciso. Ora son le sette e mezza. S’è mangiato e siamo pronti per dormire. Appena spengono le luci e passano per l’ultimo giro aspetto che ci siano solo la Mariella, quell’infermierina giovane che è passata già ieri sera, e il medico di guardia e me la do a gambe. Almeno posso chiedervi il favore di farmi da palo finché non arrivo alle scale? Da lì fino all’uscita della casa la strada è senza ostacoli. Ma devo passare proprio davanti a dove stanno Mariella e il dottorino e non vorrei che mi vedessero passare. Non credo che la prenderebbero bene. Allora? Mi fate da palo o no?
- Dio bono, Giovanni! – rantolò Daniele, concludendo con un corposo colpo di tosse – Che vuoi che un t’aiuti? Certo che ti fo da palo, ma non mi rizzo dal letto, lo sai. Potrò solo dirti quando la Mariella entra nel suo stanzino, perché da qui ne vedo la porta. Una volta che ci sarà dentro ti farò un cenno con il capo e tu potrai andare dove ti pare. Va bene?
- E per il dottore? – si preoccupò subito Giovanni – Al dottore ci pensi tu Niccolò? Ti prego, dammi una mano!
- Giovanni, ma non si potrebbe mica! E se mi vedono? Ché gli dico? Che ti sto dando una mano a scappare? Ma ti sembra?
- Madonna, Niccolò! Tu sei una piaga, non un uomo! Inventati qualcosa! Basta che ti piazzi in piedi dall’altro lato del corridoio e mi fai un cenno quando la strada è libera. Così piglio e vado. Se ti vede qualcuno puoi sempre dirgli che ti stavi facendo due passi.
- Non so. Davvero, Giovanni, non mi costringere...
- Allora, Niccolò! – Giovanni sapeva che bastava fingere una qualche autorità per farsi ubbidire – Vedi di darmi una mano, d’accordo? Ho ancora molti amici nella Finanza e ti giuro che se non esco di qua faccio fare al negozio del tuo figliolo una di quelle ispezioni che se le ricorda finché campa! E non credo che lui sia bischero come il babbo, che non falsificherebbe neanche una ricevutina da mille lire.
- Mi prendi in giro, vero Giovanni? – domando lamentoso Niccolò.
- Se hai voglia di scoprirlo, accomodati.
Come Giovanni aveva sperato, era bastato fare un po’ la voce grossa per trovare un complice pronto a tutto per lui.

Quella sera stessa, alle nove in punto, Giovanni mise in pratica il suo rudimentale piano di fuga. Si alzò dal letto e con un grande sforzo riuscì ad arrivare all’armadietto di ferro dove avevano riposto le sue cose quando era stato ricoverato. Lentissimamente, sforzandosi di coordinare in modo funzionale i muscoli addormentati del suo corpo di vecchio, si tolse il pigiama (prima la parte di sopra e poi i pantaloni, come era solito fare a casa), si infilò della biancheria pulita e si vestì di tutti punto con gli abiti che aveva trovato lavati e stirati nel mobiletto (i figli servono anche a questo, pensò). E si risedette sul bordo del letto, cercando di farsi passare il forte giramento di testa che lo aveva assalito all’improvviso.
Dopo qualche minuto si sentì molto meglio. Almeno tanto in forma quanto poteva esserlo un vecchio che ha subito due interventi in due mesi e che ha passato le ultime settimane sdraiato in un letto. Non l’aveva confessato a nessuno dei suoi compagni di stanza, ma sebbene avesse mostrato da subito una fede assoluta nella riuscita della fuga, in realtà non nutriva più di tante speranze di successo. Arrivare a vestirsi nuovamente da solo sarebbe stata una conquista più che sufficiente a farlo sentire di nuovo libero e padrone del suo destino. Ma adesso che questo primo piccolo obiettivo era stato raggiunto, si sentiva abbastanza in forze da tentare davvero la fuga. Per cui si rivolse ai tre uomini che lo avevano osservato con occhi sgranati durante la sua trasformazione e diede inizio alla seconda parte del piano.
- Oh! Allora Daniele. L’infermiera dov’è? La vedi dal letto?
- Sì, è ancora fuori che sta ricevendo le ultime istruzioni dalla Maddalena, quella del turno pomeridiano, che se ne deve ancora andare. Aspetta ancora qualche minuto, che dovrebbe entrare nello stanzino. Ma sei sicuro di star bene Giovanni? Gli abiti che hai messo ti cascano addosso come se fossero appesi a una gruccia... Tu sei un po’... come dire... sciupato.
- Certo che sto bene – gli rispose brusco Giovanni, calcandosi il cappello in testa – Sciupato! Vorrei vedere te a mangiare con la flebo per tre settimane se non dimagriresti. Scommetto che tu diventeresti piccino piccino persino tu – e rise, aprendo le palme delle mani e avvicinandole l’una all’altra per sottolineare l’immagine.
- Contento tu... A me a brodini e flebo non mi ci riducono. Piuttosto do di matto e gli rovescio la stanza. Già non fumo! Che vogliono ancora? Oh, ecco Giovanni... la Mariella è entrata nella sua stanza per il turno di notte. Se il medico non è nei paraggi mi sa che puoi andare.
- Bene – rispose Giovanni – Allora Niccolò, vedi di fare il tuo lavoro. Fatti due passi e dai un’occhiata a dove è finito il medico.
- Accidenti Giovanni se c’hai fretta! Dammi il tempo d’andar fuori a guardare.
Due minuti dopo Niccolò era di ritorno. Con ottime notizie, per di più.
- Allora... il medico è insieme alla Mariella. Stanno guardando le dosi di medicinali da dare ai pazienti domani. A quanto pare, ma non sono sicuro perché non mi sono potuto fermare più di tanto, sono arrivati due medicinali nuovi e devono capire come dosarli per ognuno di noi. Tu sei fortunato, Giovanni. Mi sa che ne avranno per un bel po’.
Giovanni lo ascoltò serio e via via che il quadro gli si faceva più chiaro si sentiva tornare le forze, tanto che quando si tirò su in piedi questa volta il capogiro fu questione di un attimo.
- Bene, signori miei. Allora non mi resta che salutarvi e augurarvi un ottimo proseguimento. Arrivederci.
- Ciao, Giovanni. Vedi di non far bischerate, va bene? E salutami i tuoi figlioli – gli rispose Daniele, che subito riprese ad aspirare ossigeno dalla mascherina.
- Allora per il negozio di Carlo son tranquillo, vero Giovanni? – gli fece eco Niccolò – Buon ritorno a casa.
Davide, più in là di un “mamma” non riuscì ad andare, ma per Giovanni era già abbastanza. Si portò la mano al cappello e uscì.

Qualche secondo dopo passò il più silenziosamente possibile davanti all’ufficio di Mariella e del dottore, come un’ombra furtiva, diretto spedito (per quanto le gambe malandate glielo potessero consentire) verso la rampa delle scale. Nessuno si accorse di lui.
Gli scalini li fece a uno a uno, con la destra saldamente aggrappata al corrimano, fermandosi ogni tanto per respirare, con la bocca spalancata, e per asciugarsi il sudore che gli colava forte dalla fronte. La notte era stranamente silenziosa. Non si sentivano nemmeno i respiri degli altri malati, né il rumore delle tante macchine che fornivano loro medicine o sostentamento. Giovanni riuscì ad arrivare all’ingresso principale a piccoli passi. Aprì la porta, che non si degnò neanche di cigolare sui cardini, e uscì all’aria aperta, su corso Mazzini, in una bellissima serata di inizio ottobre.
La temperatura era ideale per il vestito che si era ritrovato a indossare e smise subito di sudare. Si sentiva sempre meglio. Sarà stato l’effetto della libertà ritrovata, la vista della fermata dell’autobus che lo avrebbe riportato a casa o la prospettiva che quella sera si sarebbe potuto addormentare di nuovo nel suo letto, ma gli pareva di non essersi mai ammalato. Come se gli ultimi due mesi fossero stati solamente un sogno, un brutto incubo da cui era riuscito finalmente a svegliarsi. Mentre attraversava la strada, si girò soltanto per un istante a guardare la facciata di Villa Gisella. Mentalmente calcolò quale poteva essere la finestra della sua stanza e si immaginò le facce ancora stupite di quelli che per gli ultimi venti giorni erano stati i suoi compagni di sventura. Due finestre più a destra, vide affacciato al balcone il dottore del turno di notte. Sembrava proprio guardare nella sua direzione, ma da quanto poteva capire non pareva averlo ancora notato. Giovanni pensò che fosse a causa dei suoi abiti borghesi, ma decise di non sfidare troppo oltre la sorte. Girò prontamente sui tacchi e si diresse alla fermata.

Appena finito di calcolare i dosaggi dei nuovi farmaci, il dottor Bocchi aveva deciso di godersi per qualche minuto quella splendida serata fiorentina ed era uscito sul balcone del suo studio per prendersi una bella boccata d’aria. Non erano passati neanche cinque minuti che Mariella, l’infermiera, bussò forte alla porta a vetri che lo separava dal resto dell’ospedale.
- Dottore!
- Sì Mariella, entri pure. Cosa succede?
- Dottore, si tratta del paziente della stanza dieci. Il Giovanni... ho paura che se ne stia andando.
- Quando ha iniziato a peggiorare? Sulle note del dottor Venuti c’era scritto che aveva passato un pomeriggio tranquillo...
- Sembra che abbia iniziato circa mezzora fa. Niccolò, uno dei suoi compagni di stanza, dice che ha incominciato a respirare male e a sudare. Ma dormivano tutti e lui se ne è accorto solo quando lo ha sentito lamentarsi. E ci ha chiamato subito. Credo che dovremmo intubarlo...
- Mariella... lo sa che ha fatto richiesta esplicita di non essere... insomma, di non voler essere ripreso ancora una volta. Non possiamo fare più nulla ormai. E poi anche se lo intubassimo non servirebbe.
- E allora?
- E allora, Mariella... allora telefoniamo ai suoi figli. E lasciamolo andare.

vaìa

Giovanni, mio nonno, se n'è andato il 5 ottobre, alle sette di mattina. Di lui mi restano moltissimi ricordi preziosi, decine di fotografie e la targhetta di una Fiat 127 del 1978.
Questo racconto è il mio modo di salutarlo e ringraziarlo di tutto. Ancora una volta.














































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mercoledì, 01 ottobre 2003
::: racconti

UN REGALO INATTESO
La scatola iniziò a muoversi non appena la ebbe appoggiata sul tavolo. La vibrazione era quasi impercettibile e forse non se ne sarebbe neanche reso conto, se la piccola scimmiotta di cristallo che teneva sulla scrivania non avesse iniziato a spostarsi a piccoli balzi verso destra. Nonché, pericolosamente, verso il bordo del tavolo. Era andato avanti a guardarla muoversi per qualche secondo. Aveva sempre odiato gli animaletti di cristallo, ma gliel’avevano regalata per il suo ultimo compleanno e il ricordo di Monica che gli porgeva il pacchetto tutto infiocchettato con il suo sorriso a trentadue denti gli fece compassione. Così afferrò l’odioso primate di vetro e lo mise una buona volta in salvo.

Il problema principale però non accennava a risolversi. La scatola continuava a vibrare. Non era un movimento costante, a dire il vero. Anzi, era piuttosto un ritmo regolare, che alternava una ventina di secondi circa di immobilità assoluta a un’altra ventina di piccoli ma decisi tremolii. Afferrò un cronometro e si mise a contarli. Era una persona molto precisa, oltre ad avere un grande orecchio e uno sviluppatissimo senso del tempo. Le vibrazioni cessavano di colpo dopo ventitré secondi esatti, per riprendere imperterrite dopo altrettanto tempo. Ma che cosa ci sarà mai stato dentro?

Guardò meglio la scatola. Gliela avevano consegnata nel pomeriggio, insieme a un paio di raccomandate, in uno di quei rari momenti in cui per una fortunata congiuntura astrale lui e il postino si erano trovati nello stesso momento nel medesimo luogo dell’universo. Una roba del tipo “Urano + Plutone + Luna + Giove = non andrai alla sede delle Poste a ritirare ciò che ti hanno cercato invano di consegnare”. Lì per lì non ci aveva fatto caso, comprava spesso dei libri via Internet e probabilmente si trattava di qualche manuale di informatica che aveva ordinato per lavoro. Solo che non appena aveva posato la confezione (gialla, di cartone rigido, con la scritta Poste Italiane S.p.A. in blu) sulla scrivania… vvvrrrrrrrrrrrrrrrr… la vibrazione… per 23 secondi. Poi il silenzio. E poi ancora vvvrrrrrrrrrrrrrrrr… e così via, da cinque minuti buoni.

Doveva assolutamente capire di cosa si trattasse. Oddio, non che avesse particolarmente voglia di scoprirlo (detestava le sorprese e quella sicuramente lo era), ma, che diavolo!, non poteva mica essere una bomba. Sorrise e cercò in cucina un paio di forbici per tagliare via il cellophane esterno. Guardò di nuovo i dati riportati sulla confezione, in cerca di qualche nuovo indizio. Destinatario: Luigi Prete, via Reiss Romoli 15, Torino. E questo era lui, non c’era alcun dubbio. Mittente: Studio De Carli e Associati, via Monginevro 17, sempre a Torino. Mai sentito. Stava ancora elencando mentalmente tutti i suoi contatti di lavoro quando alzò l’aletta del pacco, per aprirlo. L’esplosione non fu neanche troppo forte. Niente a che vedere con i film d’azione americani, per intenderci. Il palazzo restò in piedi e il suo appartamento non ebbe altri danni oltre allo studio, quasi completamente bruciato. Lui, però, si trovò all’improvviso sparato fuori dalla finestra aperta, senza aver avuto modo di soddisfare la sua curiosità.

A qualche centinaio di metri di distanza, un altro Luigi Prete il boato non lo sentì nemmeno. Come non si accorse della folla di curiosi che dopo qualche minuto si riversò in strada per dare un’occhiata. Perché il Luigi Prete di via Reiss Romoli 51 le finestre non le apriva mai. Era troppo rischioso. Seduto in canottiera e pantaloncini sul letto di casa aveva impiegato la sua ultima mezzora a disinnescare con tutte le cautele del caso un pacco sospetto che sua cugina era andata a ritirargli alla Posta di zona. Perché anche se non usciva mai, la porta lui non la apriva a nessuno. Postino incluso. Quando si vive in clandestinità bisogna stare sempre all’erta, specie se si ha qualche debito di troppo sulle spalle.

Quando i pompieri passarono sgommando sotto casa sua non girò neanche la testa al suono delle sirene. Era troppo impegnato a osservare a bocca aperta il piccolo zoo di animali di cristallo che era scivolato fuori dalla scatola, chiedendosi di che minchia di minaccia cifrata potesse trattarsi. Come se non bastasse, lo strano biglietto di auguri che aveva trovato (“Un po’ di amici per la mia scimmietta!”) gli fece drizzare i peli della schiena e lo convinse che avrebbe dovuto cambiare nascondiglio il prima possibile. Se solo avesse capito chi glielo aveva mandato… Mimmo “il greco” era stato pagato il mese scorso e così anche Toni e Giuseppe “il salvatore”. Rimanevano solo Pasquale o Don Fernando, ma gli avevano garantito ancora un po’ di tempo solo una settimana prima! Guardò ancora una volta il nome del mittente, terrorizzato, ma non gli venne alcuna ispirazione. Era sicuro di non conoscere nessuna Monica.

vaìa


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