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» 33 anni, sposato con una splendida psicologa e babbo di uno jacopino doc, Gommaweb è attivo sulle scene del capoluogo subalpino dal lontano 1973.
Nato a Firenze ma torinese d'adozione (orrore!), Gommaweb è fisicamente simile a Raul Bova (dall'alto), Robert Redford (di nuca) e Jovanotti (quando canta). È alto 1 metro e 84, calza il 44 di piede e pesa circa 78 chili.
Possiede un bel paio di occhi azzurri e i suoi capelli, corti e castani, stanno con sua somma rabbia mostrando le prime tracce di "sale e pepe".
» Di mentalità vincente, dedica la sua passione sportiva alla squadra della sua città natale, la Fiorentina, tornata alla grande
in serie A dopo una rincorsa stratosferica.
A Torino, scarta subito l'idea di tifare per i Ladri a strisce e si infatua dei granata, che dopo un passato glorioso militano purtroppo in serie B.
Gli amici lo definiscono "il masochista dello sport "
» Nel 1998 si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi su "L'immagine della droga sui quotidiani italiani degli anni Settanta".
Durante la discussione il controrelatore gli grida: "Va a lavurà, drugà!" e lo caccia.
» Dopo la laurea e un lavoro casuale in banca, trova brillantemente posto come addetto stampa di una software house della PA piemontese.
» Tra le sue collaborazioni più riuscite: Narcomafie, L'Indice dei Libri del Mese, l'Ufficio Stampa del Gruppo Verdi e Democratici del Consiglio Regionale piemontese e l'Ufficio Stampa del Gruppo Abele di Torino.
Iscritto all'albo dei giornalisti del Piemonte, Gommaweb collabora con alcune testate di informazione, fra cui questa e questa.
» Le sue passioni:
- i libri (gialli per lo più)
- il cinema (non sentimentale!)
- la scrittura
- il footing
- il calcio a cinque (in porta)
» Top five film:
0) Ritorno al Futuro I, II e III (uber alles)
1) Blade Runner
2) Momenti di gloria
3) Frankenstein Jr
4) Tutti gli uomini del Presidente
5) La vita è bella
» Mangia volentieri:
- insalata di riso
- costata alla fiorentina
- pasta al forno
- guacamole (quello della "zia")
- tiramisù (cioccolato a
scaglie e non in polvere).
Mangia da un anno e mezzo:
- pochi dolci
- molto riso in bianco
- molte insalate
» Top five musica:
0) Fabrizio (uber alles)
1) Franco Battiato
2) Francesco De Gregori
(ma senza la Marini)
3) Paolo Conte
4) Giorgio Gaber
5) Keith Jarret.
» Top five Tv:
1) Santoro
2) Dandini & Guzzanti
3) Angela's Family
4) La Storia in prima serata
5) Sfide
» Top five scrittori gialli:
1) Sir Arthur Conan Doyle
2) Andrea Camilleri
3) Carlo Lucarelli
4) Loriano Machiavelli
5) SS Van Dine
» Ristorante preferito: Da Bibe, Scandicci, Firenze
» Cosa detesta? L'ignoranza, l'arroganza del potere e la juventus.
LA PROCESSIONE
- Pronto, Monica?
- Massimo, ma dove diavolo sei? Sono già le nove meno un quarto.
- Amore lo so che sono in ritardo, ti giuro che lo so. Ma non è colpa mia. Stammi a sentire, tu trattieni un po’ i tuoi genitori davanti al ristorante, io dovrei arrivare in qualche minuto. Venti al massimo.
- Venti minuti? Non è possibile! Massimo lo sai che ci tenevo che tu facessi buona impressione con i miei. È la prima volta che li incontri. Ma si può sapere per quale motivo non sei già qua?
- Ehm, è un po’ difficile da spiegare tesoro. Sono fermo davanti a un passaggio pedonale. C’è una specie di manifestazione, non so bene. È solo che c’è un tale fiumana di persone che mi è impossibile attraversarla con la macchina. Devo per forza aspettare che finisca.
- Ma chi sono? Operai in sciopero? Tifosi in rivolta? Sono le nove di martedì sera! Che razza di manifestazione ci potrà mai essere?
- Senti, so che può sembrare strano, ma sono suore.
- Suore?
- Sì, tesoruccio. Una processione di suore. E se devo dirtela tutta la situazione inizia ad avere un non so che di paradossale. Saranno cinque minuti buoni che hanno iniziato a passarmi davanti sulle strisce. Ne ho fatta attraversare una e questa invece di raggiungere l’altro marciapiede mi si è piazzata di spalle davanti al cofano e ha iniziato a dirigere il traffico delle consorelle con gesti da vigile. Le manca solo il fischietto e poi…
- SUORE!
- Senti, che ci sposso fare. Ti dico che sono suore… Cos’è, non mi credi?
- Beh… ammetterai che è la spiegazione più strana che potevi darmi, non trovi? Pensi che possa raccontarla ai miei?
- Ok, allora dì loro che sono fermo per un incidente in tangenziale, mi pare più plausibile no?
- Va bene farò così, ma tu cerca di muoverti? Hai capito?
- Sì, sì. Ho capito. Ti richiamo più tardi.
- Pronto?
- Ciao, sono io. Avete preso posto a tavola, sì?
- Sì, certo. Sono le nove e venti! Ma tu almeno stai arrivando? Mamma inizia ad essere nervosa. Tiene molto alla puntualità, per lei è proprio un chiodo fisso. Io le ho detto dell’incidente, ma continua a guardare l’orologio. Quanto ci metti ancora?
- Senti Monica, tesoro, sto arrivando.
- Sì, ma dove sei?
- All’incrocio di prima.
- COSA? MA COS’È… CI SONO ANCORA LE SUORE?
- Amore non gridare, ti prego. Non ci sono più le suore. Hanno smesso di passare qualche minuto fa.
- E allora?
- Adesso, come dire, mi pare che si tratti di guardie svizzere. Sai quelle che vedi in televisione? Quando fanno il cambio della guardia a Roma? Proprio quelle…
- …
- Monica?
- Guardie svizzere! Adesso ci sono le guardie svizzere? Massimo, ti rendi conto vero? Ti rendi conto dell’enorme stupidaggine che mi stai raccontando? Ma cosa pensi, che ti creda? Che l’intero maledetto stato del Vaticano si sia messo d’impegno per farti arrivare in ritardo?
- Senti lo so anche io che può sembrarti strano… ma è così. Guarda, al momento stanno marciando tamburini e alabardieri. Gli ufficiali hanno già attraversato e se va bene in dieci minuti ci togliamo il pensiero.
- Dieci minuti ancora? Più almeno altri dieci per arrivare qua. Oddio Massimo, ma cosa gli racconto ai miei? Che hai avuto un altro incidente? Guardie svizzere nel centro di Torino… Madonna santa!
- Ma che vuoi che ti dica? Ci sarà una qualche rappresentazione religiosa. Una missione diplomatica. Cazzo! Qualcosa un motivo ci dovrà pur essere se questa gente mi sta davanti proprio adesso, non trovi?
- Facciamo così, richiamami quando sei riuscito a ripartire, d’accordo? Non so che altro dirti. Io mi inventerò qualcosa con mamma e papà. Però poi di questa cosa ne riparliamo, stai sicuro.
- Amore? Pronto? Amore? Tesoruccio?
- Pronto, Massimo? Allora posso avere l’onore di sapere dove diavolo sei?
- Amore ciao. Non ti arrabbiare, ok? Sono ancora qua… Senti io non so davvero che dirti. Mi dispiace, lo capisco se non mi credi, ma non so proprio che cosa farci. Io…
- Ci sono ancora le guardie?
- No, sono passate.
- Anche le suore sono passate, no?
- Si, anche loro.
- E allora, Massimo, perché sei ancora lì?
- Monica, io…
- Perché sei ancora fermo lì, Massimo?
- Vescovi…
- Cosa?
- Stanno attraversando dei vescovi…
- COSA?
- Monica, ti ho già chiesto di non urlare. Per favore.
- AH! IO DOVREI ANCHE NON URLARE VERO? MA LO SAI CHE MIA MADRE HA GIÀ INIZIATO A MANGIARE ANCHE SENZA DI NOI? SONO LE UNDICI MASSIMO, LE UNDICI! E TU ADESSO MI VIENI A DIRE CHE CI SONO I VESCOVI A SBARRARTI LA STRADA!
- Monica, ti prego. Mi fai venire mal di testa.
- I VESCOVI!
- Senti, appena finiscono ti prometto che arrivo.
- EH NO, CARINO. TU ADESSO INIZI A SUONARE QUEL CAZZO DI CLACSON CHE TI RITROVI E FAI IN MODO CHE TI FACCIANO PASSARE! HAI CAPITO?
- Sì, Monica. Ho capito, ma non urlare. Adesso suono il clacson e mi faccio strada, va bene? Monica? Mi hai sentito? Monica?
- Pronto? Monica?
- Massimo, ma che piacere! Non dirmi che hai trovato strada libera finalmente?
- Sì.
- Benissimo, ero proprio qua con mamma e papà a raccontare del secondo terribile incidente che ti ha bloccato sulla tangenziale.
- Sì Monica, ma io…
- Stiamo mangiando il dolce al momento, un tiramisù davvero sublime!, ma unisciti a noi almeno per un caffè e un amaro. Papà è tanto ansioso di conoscerti.
- Non posso, Monica…
- Non puoi? Come sarebbe a dire non puoi?
- Ho fatto come hai detto tu, amore. Ho iniziato a suonare il clacson e ad accelerare con la macchina…
- E allora?
- E poi i vescovi erano praticamente passati tutti e la strada sembrava sgombra. Così sono partito a tavoletta. Solo che…
- Solo che?
- Solo che mi hanno arrestato, Monica. Ho paura di aver investito la portantina del Papa.
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- comunicazione di servizio -
Purtroppo il lavoro pressa fuori e dentro l'ufficio. Spero di tornare presto con qualche altro racconto... odio lasciare le cose in sospeso. Ma intanto un notizione: ho incontrato di persona il grande Winston al COM.PA di Bologna.
Che dire, che consocere qualcuno prima in rete e poi di persona è molto strano. Ti sembra di conoscerlo da una vita ed è una sensazione nuova e curiosa. In ogni caso ammetto con piacere che non ha tradito le attese (e spero così io per lui). Ho persino scoperto che abbiamo delle passioni in comune (correre, per esempio).
Comunque una certezza c'è... nel descriverci in Internet siamo stati sinceri. Pensate che buffo se invece di due trentenni (o giù di lì) attivi nella comunicazione pubblica si fossero trovati di fronte una ballerina brasiliana obesa e un bambino di 7 anni con il grembiule delle elementari. Sarebbe stata una situazione quantomeno imbarazzante (nel dubbio io comunque avrei voluto essere il bambino...).
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UN OGGETTO IMPOSSIBILE
- Non hai capito. Non me ne importa niente se non ti fanno passare al confine. Abbiamo pagato perché ci facciano entrare nel paese.
…
- Sì, ma da dove stai chiamando adesso, dal satellitare?
…
- Ah, sei al posto di polizia di frontiera. Ecco, lo vedi allora… se sei da una qualche autorità vuol dire che una mezza idea di farci proseguire ce l’hanno. Bisogna solo convincerli.
…
- Sì, convincerli. Pagarli, se preferisci. Non c’è altra possibilità, Dan.
…
- Lo so, ma ti ripeto che non c’è altra possibilità. Aumenta il prezzo e convinci quei figli di puttana a farci passare. Abbiamo una consegna da fare, che se lo ficchino in testa.
…
- Bravo, proprio così! Devi dirgli esattamente così. E che non gli passi neanche per l’anticamera del cervello di metterci il bastone fra le ruote.
…
- Ok. Siamo d’accordo allora. Quante casse di kalashnikov devi lasciare a Peshawar? Mi pare diciotto no?
…
- Eh, appunto. Dodici di caricatori e otto di granate. Senza contare il nostro regalino personale, il missile terra-aria che abbiamo acquistato il mese scorso dai russi.
…
- Ok. Procediamo come abbiamo concordato allora. Se ti lasciano proseguire senza problemi in Pakistan allora chiamami dopo che hai effettuato la consegna.
…
- Esatto. Altrimenti richiamami e fammi parlare con quella testa di cazzo che c’hai davanti. Magari gli schiarisco le idee. Oppure gli chiedo se preferisce che venga a schiarirgliele qualche suo superiore dalla capitale.
…
- Lo so, lo so. Preferirei non farlo, ma se ci sono costretto non mi tiro indietro.
…
- Anche a te. A più tardi.
Finita la discussione Mark si lasciò andare sullo schienale della suo trono in pelle, che si inclinò docilmente sotto il peso del corpo per permettergli di appoggiare i piedi, calzati da un costosissimo paio di mocassino Alvaro’s (1.500 dollari l’uno, fattura a mano, italiani di nome e di fatto), sulla scrivania di acciaio e cristallo.
Newyorkese di nascita e formazione (una laurea, tre master in economia e chissà cos’altro), trentasette anni, fisico asciutto, rasato di fresco e inguainato nel suo completo Armani a doppiopetto, Mark si trovava in uno di quei rarissimi momenti della vita in cui avrebbe potuto ottenere tutto quello che desiderava semplicemente alzando la cornetta del telefono e chiedendolo a qualcuno. Potere dei soldi, forse. Ma soprattutto, come amava ripetersi ogni mattina davanti allo specchio, potere del suo carisma.
Con una leggera pressione delle gambe fece ruotare il trono su se stesso e si trovò di fronte all’ampia vetrata che aveva alle spalle, assaporando con gli occhi la luce di quella splendida mattina di fine estate. “Un uomo giovane e potente al centro del mondo”, pensò senza ombra di pudore.
Lontano, centinaia di metri più in basso, i rimorchiatori della baia lasciavano nell’oceano scie sottili di schiuma, mentre fiumi di taxi intasavano le strade come strani insetti colorati, per scaricare al lavoro il loro carico umano.
Tutto come sempre. Il panorama si era ripetuto uguale per singola mattina, da quando due anni prima aveva preso possesso del posto di responsabile esteri di una banca d’affari internazionale, con sede a Washington e svariate filiali in giro per il mondo. Un’istituzione di primo piano nel mondo finanziario, conosciuta e rispettata da tutti, nonché dedita con passione e professionalità al traffico illegale di armi, droga e rifiuti tossico nocivi. Attività questa tutt’altro che segreta, ma che veniva fatta passare sotto silenzio dalle montagne di denaro guadagnato “incendiando il posteriore a campesiños e terzomondisti rompiballe”, secondo una delicata espressione che si voleva coniata dal Capo Supremo in persona.
E Mark adorava il suo lavoro, perché gli permetteva di stare abbastanza vicino al ponte di comando e gli faceva vibrare nelle ossa e nella carne una sensazione inebriante di onnipotenza. La consapevolezza di far parte di un mondo al di sopra di tutto e di tutti. Uomini, carriere, vite, destini, fame, guerra, pace… non esisteva niente che in qualche modo loro non potessero comprare. Tutto questo lo faceva sentire al sicuro, protetto.
Lo squillo del telefono lasciò in sospeso il flusso dei suoi pensieri e lo riportò bruscamente alla realtà. “Devono esserci stati altri problemi con le guardie doganali”, pensò Mark e sentì montare dentro una rabbia tale che dovette attendere qualche secondo prima di rispondere. Gli dava fastidio urlare di prima mattina.
- Sì?
…
- Oddio Dan, ma che cosa cazzo succede ancora?
…
- Non è possibile… Ma lo hanno capito chi siamo o no? Chiediglielo un po’, lo avete capito chi siamo o no, morti di fame?
…
- Sì, sì. Morti di fame , anche questo gli devi dire. E bello chiaro, anche!
…
In sottofondo, il rumore di un aereo stava prendendo il sopravvento sul classico frastuono del traffico mattutino. “Strano che si senta così forte - pensò Mark – Abbiamo anche fatto insonorizzare le stanze”. Ma fu solo un attimo di distrazione. Poi si rituffò nella discussione.
- Dan, mi senti? Allora glielo hai detto o no?
…
- Ma che ne so… Prova ad alzare il prezzo. Buttagli un altro paio di fogli da mille sul tavolo a quel pezzente. Voglio vedere se non ci fa passare.
…
- Oh cazzo, Dan. Come sarebbe a dire? Cosa vuoi, che venga lì a portarti per mano?
Il suono dell’aereo adesso era decisamente aumentato. E non si trattava certo di un cesna o di robetta del genere. Sembrava proprio un jet di linea uscito fuori rotta. Mark si voltò verso la finestra e lo scorse immediatamente. Lucido sotto i raggi del sole e più vicino di quanto potesse immaginare. Ma soprattutto veloce come il demonio e puntato dritto verso di lui. Colse appena alcune delle parole che gli arrivarono dall’altro lato del mondo.
- Cosa? No… scusa un attimo…
L’aereo si faceva sempre più grande e proiettava la sua ombra fin dentro gli uffici degli ultimi piani del grattacielo. Mark lo seguiva con lo sguardo, con la stessa faccia che avrebbe un archeologo di fronte alla scoperta di un telefono cellulare in una tomba egizia. Era un oggetto impossibile.
- No, non ti ascoltavo. È solo che… io…
Mark lasciò che le braccia gli ricadessero inerti lungo i fianchi. Perché si rese conto che non avrebbe più avuto il tempo di dire niente. Là fuori, a pochi metri dalla finestra, in mezzo al frastuono assordante che faceva vibrare gli spessi vetri di cristallo dell’ufficio, per un attimo soltanto gli parve che la figura seduta ai comandi dell’aereo posasse lo sguardo su di lui e lo salutasse. Si domandò se non stesse sognando.
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IL REGISTRATORE
Ci siamo quasi. Il tabellone luminoso della sala d’aspetto, con le sue cifre rosse su sfondo nero, mi informa in modo inequivocabile che stanno servendo il numero 173. Appena si degnerà di uscire sarà il mio turno: il centosettantaquattresimo disperato in attesa da tempo immemorabile di poter parlare con il funzionario assegnatogli.
Abbandonato su una scomoda sedia dallo schienale in legno, inganno il tempo contemplando una crepa che si estende tenace sul muro che ho di fronte. Ne seguo il contorno con gli occhi da ormai un paio d’ore e non riesco a decidere se la strana figura che delinea assomigli di più al profilo deformato di un gatto o a quello, decisamente più realistico, di una tartaruga.
Un leggero bip, seguito dallo scatto del numero sul display, interrompe la mia divagazione animalista. La porta della stanza dell’ufficio 219 si apre per lasciare uscire un individuo dall’aspetto assolutamente ordinario, ma dallo sguardo inaspettatamente perso nel vuoto. Sembra impiegare qualche secondo prima di mettere a fuoco l’ambiente che lo circonda. Poi si scuote e uscito dalla sala d’attesa lo vedo imboccare non senza qualche difficoltà di movimento il primo corridoio sulla sinistra.
- Avanti il prossimo!
La voce, che si potrebbe senza dubbio classificare come autorevole, deve essere quella del funzionario che devo incontrare. Sul display campeggia vittorioso il 174. Prima di entrare lancio un’occhiata distratta alla targhetta appesa a lato dello stipite: “Ufficio deliberazioni”.
- Ehm, eccomi. Sono qui.
Il funzionario tiene il capo leggermente abbassato, chinato com’è su una pila di fogli. Non sembra neanche troppo vecchio e di sicuro è molto diverso da qualsiasi cosa mi fossi immaginato. Lo si potrebbe scambiare per un normale impiegato, se non fosse per l’enorme stanza di cui dispone e per il suo aspetto serio e posato. Autorevole come la sua voce. Mi fermo a pochi passi da lui, mentre sfoglia con una mano un incartamento nuovo di zecca.
- Allora, vediamo un po’… Giacomo Meneghini… sposato… uhm… 38 anni… Accidenti, mi spiace, - il funzionario alza lo sguardo verso di me e mi osserva senza cambiare espressione - se n’è andato davvero molto giovane.
Chissà se prova davvero un po’ di pena o se si tratta delle solite frasi di circostanza.
- Eh sì… purtroppo. Sa com’è, pioveva, era buio e io avevo fretta di arrivare in palestra. E poi la strada era piena di curve e la macchina…
- Sì, sì, certo. Bene… Allora, adesso che è qui pensa di dovermi dire qualcosa? Capisce che devo decidere cosa fare di lei e ho bisogno di qualche informazione.
- Certo capisco perfettamente - gli rispondo, mentre per un attimo mi illudo che forse non ne sappia poi molto sulla mia vita. Un’idea niente male, con cui mi trastullo per un paio di secondi.
- Oltre a quelle che già possiedo, intendo - specifica lui, mettendo scompiglio nella mia strategia difensiva. Un po’ da bastardo, avrei voglia di aggiungere.
- Oh, certo! È chiaro che ha già tutti gli elementi del caso. E che vuole che le dica. Penso di essermi comportato abbastanza bene. Beh, bugie ne ho dette di sicuro - meglio cedere su qualche punto - e ho rubato anche, ma una volta sola. Ed ero ancora un bambino oltretutto… avrò avuto undici anni al massimo e ho sfilato diecimila lire dal borsellino del nonno. Niente di che. Giuro che non mi viene in mente nulla di scandaloso. Si figuri che non ho neanche mai tradito mia moglie… e conti che siamo sposati da quindici anni.
- Capisco. Facciamo così… proviamo con qualche esempio concreto. Le donne! Ecco, cosa mi dice delle donne? Si è comportato bene o ha mancato loro di rispetto in qualche circostanza? Come potrà ben immaginare, i rapporti di coppia sono una cosa a cui teniamo molto qui.
E come potrei dimenticarlo? È una cosa che ti insegnano fin da bambini. Ma in fondo chi ci ha mai dato veramente peso? Decido di mettere su la mia faccia migliore e abbozzo una risposta.
- Rispettoso? Certo che sono stato rispettoso… Non sono mica un cascamorto! E poi come le ho detto ho amato sempre la stessa donna. Le altre non le ho nemmeno guardate.
Il mio tono di voce si mantiene normale, ma so di mentire e cerco di non farmi leggere negli occhi, mentre un brivido inizia a scorrermi a tradimento per la schiena.
- È chiaro, certo - mi risponde il funzionario, mentre con la mano sinistra apre il cassetto di destra della sua scrivania (un elegante modello in legno massiccio, un po’ stile anni Trenta a Chicago, per intenderci) per tirare fuori un registratore digitale di ultimo modello (che sia un Sony?).
- Ne è sicuro? Non ha nient’altro da dire? - mi chiede gelido, subito dopo esser riuscito a imprigionare il mio sguardo nel suo.
- No, niente. Perché? - gli ribatto subito, ma quando il suo dito si avvicina al registratore la mia sicurezza di facciata inizia ad andare in pezzi. Perché le voci che sento diffondersi nell’aria non lasciano dubbi. Mi piacerebbe capire dove hanno nascosto gli altoparlanti.
Play
Io: Certo che Monica… Ha un paio di tette che innamorano. Eh? Che ne pensi?
Voce: Eh sì…
Io: Ma lo sai che me la farei proprio. Mi piacciono le donne così, con molto petto e poco cervello.
Voce: Come ti capisco…
Io: L’altra sera l’ho invitata a uscire con me. Sì, lo so che siamo tutti e due sposati… ma mica sono geloso!
Stop
- Allora? - mi chiede il funzionario.
- Allora… Allora che? Sono commenti che si fanno. Che fanno tutti gli uomini, intendo. Basta chiedere un po’ in giro.
- Lo so, ma come le ho detto questo è un argomento a cui teniamo molto - mi ripete il funzionario, sempre pacato. E a me non resta davvero altro da pensare che in realtà oltre ad aver inventato la monogamia il suo principale porti anche una bella gonna e sia iscritto a un qualche movimento femminista.
- Si ricorda forse altri casi come questo?
- (Oddio! Ecco che torna alla carica) Forse sì, solo che ora… su due piedi…
Il funzionario apre un altro cassetto, questa volta alla sua sinistra, e prende un foglio, su cui c’è scritto qualcosa che non riesco a decifrare. Cerco di restare calmo, ma il panico mi assale all’improvviso quando mi rendo conto che si tratta di un elenco.
- Allora… - si schiarisce la voce - Si ricorda di una certa Roberta R.?
- Sì, però non ci ho mai davvero provato sul serio, voglio dire…
La mia difesa suona falsa e inconcludente. Quando il registratore entra in azione mi sento quasi sollevato. Come un pugile messo alle corde salvato dalla campanella che annuncia la fine del round.
Play
Io: Ciao Roberta. Come stai? Ma come siamo carine oggi...
Voce: Ehm, grazie. Ho un appuntamento di lavoro.
Io: Sì, sì. Proprio carina. Anche la gonna, un po' corta ma molto elegante.
Voce: Dai Giacomo che devo andare.
Io: Ma no, su. Vieni qui, fammi vedere meglio. Cos'è, di cotone la maglietta? Certo che è bella aderente.
Voce: Lasciami subito, Giacomo. Ti ho detto che devo andare!
Io: Ok, ok... ma non scaldarti troppo. Ti vesti così e poi non sopporti che ti facciano complimenti? Rilassati...
Stop
Non so davvero cosa dire. Spero in un time-out, ma il funzionario continua implacabile a leggere i nomi dell’elenco.
- Elena M.? Si ricorda di Elena M.?
- Sì - ormai non provo neanche a negarlo.
- E Katia A.? Marcella R.? Elisabetta P.? Giuseppina H.? Valeria ….
- Sììììììììì, me le ricordo tutte. Per carità, non vorrà mica elencarmele una per una? Ma cosa vuole che le confessi? Che mi lasciavo andare a commenti poco fini? Che sono una persona maleducata? Che ho desiderato la donna d’altri? Ok, confesso tutto. Anzi, le dirò di più. Sono un maledetto fornicatore! Contento?
- No, non sono contento. Anzi, mi spiace per lei. Ma come le ho detto devo verificare un po’ di cose prima di decidere. Non le sembra corretto? - conclude il funzionario, alzando su di me, che me ne sto là tremante e impallidito, uno sguardo a metà strada fra il comprensivo e l’inflessibile.
D’un tratto ritrovo il controllo dei miei nervi e non posso fare altro che concordare con lui
- Sì, mi sembra più che giusto.
- Bene, allora riepiloghiamo. Lei è stata una persona corretta con le donne?
- Direi di no. Ma francamente non pensavo fosse ancora tanto grave per voi.
- Che vuole, è la nostra politica aziendale, come si suol dire adesso, e non si può mica cambiare in poco tempo.
Il funzionario si ferma per un attimo e comincia a ridere. Penso che si tratti di un’espressione che lo diverte molto, perché non sembra avere la minima intenzione di smetterla. Il che mi permette comunque di tirare un po’ il fiato in attesa delle altre domande. Purtroppo la pausa dura meno del previsto.
- E mi dica - riprende il funzionario, di nuovo serio - lei è onesto?
- (O cazzo!) In che senso? - cerco di guadagnare tempo, ma quello mi becca subito.
- Non tergiversi, via! Intendo dire se si è comportato onestamente con i suoi amici, con la sua famiglia, con i suoi colleghi. Insomma, lei è una persona di cui ci si può fidare o no?
- (Cazzo! Cazzo! Cazzo!) Mah, che vuole… Penso di sì. Per lo meno non mi sembra che nessuno si sia mai lamentato. Magari qualche volta non sono stato troppo cristallino, questo sì, ma in fondo non ho mica ucciso nessuno, no?
Il dito del funzionario ritorna sul registratore. Per lo meno questa volta si tratta di una mossa che avevo previsto.
Play.
Io: Capisci? Se ci inseriamo nella rete dell’università cambiare qualche voto sarà uno scherzo. Guarda che mica se li fila nessuno i voti del libretto! Sono quelli elettronici che contano.
Voce: Non so… ho paura. Ma ti rendi conto che se ci beccano ci sbattono fuori? E magari si va pure in galera.
Io: Non essere stupido, chi vuoi che se ne accorga, quella rincoglionita della segretaria? Quella è troppo stupida per rendersi conto di qualcosa.
Voce: Sarà… se lo dici tu.
Io: Ma certo… Su, fidati di me! O vuoi ridare Statistica per la quarta volta?
Stop
- … - Non so davvero cosa dire. Dentro quel fottutissimo marchingegno giapponese sembra esserci tutta la mia vita, parola per parola.
- Niente da aggiungere? - mi fa il funzionario.
- Cosa vuole che le dica? È stato un piccolo trucco contabile, per così dire. Avevo bisogno di alzare la media per prendere la borsa di studio e… - le parole mi muoiono in gola quando lo vedo afferrare, dal solito maledetto cassetto, un altro elenco.
- Devo leggere?
Credo sia una domanda retorica. Di quelle che si aspettano una risposta negativa, potrei aggiungere.
- No, so bene che c’è scritto - gli rispondo, come liberandomi da un masso -. L’università è stata solo la prima tappa. Il ragazzo della registrazione si chiamava Jacopo P. ed è stato effettivamente espulso dopo essere stato beccato. Poi è venuto Roberto S., che frodato con una truffa sui buoni benzina comunali. Dario P. invece è il nome di quell’esattore delle tasse a cui ho fatto credere di essere un nullatenente quando invece guadagnavo 4 milioni al mese. Filippo Z. è il vigile urbano che ho corrotto perché mi cancellasse una multa. Lucia D. è la donna a cui ho giurato eterno amore in cambio di un prestito e Luciano M. (che poi sta per Meneghini) è il nome di mio nonno, al quale ho sfilato diecimila lire dal portafoglio, quando avevo undici anni. Nonché 30 milioni dal conto corrente su cui mi aveva fatto mettere la firma.
- Bene, vedo che inizia a ragionare. Bravo. Mi facilita il compito e ho ancora così tanta gente da vedere dopo di lei.
Sarò stupido ma il suo complimento mi fa sentire bene. Proprio come un bambino che la mamma ha deciso di perdonare dopo qualche marachella. Purtroppo il funzionario non è in vena di sentimentalismi e un istante dopo la parola torna al registratore.
Play
Io: Dai Mirko! Ti ho detto che non c’è problema. Tu ci metti il nome, ma i soldi ce li metto io.
Mirko: Ho paura di farlo, Giacomo. Cerca di capirmi, mi sono sposato da poco… e, se poi questa tua azienda di copertura viene beccata, nella merda ci finisco io.
Io: Ma non la beccano figurati. Mio cognato è andato avanti per dieci anni prima che la Finanza sospettasse qualcosa. E intanto ha fatto i miliardi. Cazzo Mirko, siamo amici da vent’anni. Pensi mica che ti voglia fregare!
Mirko: Non so. Davvero Giacomo, non so cosa fare.
Io: E allora ascoltami Mirko, che ci facciamo i soldi.
Stop
- E di questo si ricorda?
Maledetto funzionario! Non gli sfugge nulla.
- Certo che mi ricordo. È la voce di Mirko Diotti, il mio migliore amico.
- E che fine ha fatto?
- Perché me lo chiede se lo sa?
- Perché voglio che me lo dica lei - mi risponde il funzionario. E il tono della sua voce è di quelli che non ammettono repliche.
- È morto. Si è sparato quando ha saputo che la Finanza stava per arrestarlo. Dopo due mesi esatti dopo quella discussione. E a me non hanno fatto nulla, perché io non comparivo su nessuna carta. Io non esistevo. Era tutto intestato a nome suo. Ma io non pensavo sarebbe finita così, glielo giuro. Ci è andata peggio del previsto.
- Allora? Cosa mi risponde adesso? Lei è una persona onesta, Giacomo? – mi chiede il funzionario, e il suo sguardo è fermo come quello di un giocatore di poker professionista con cinque carte diverse in mano. E non dello stesso colore.
- No - ammetto io - non lo sono. Non lo sono mai stato. (E succeda quel che deve succedere, non ne posso più).
- Bene Giacomo. Mi ha fatto piacere parlare con lei, ma adesso abbiamo finito. Torni indietro e prenda il primo corridoio a sinistra. Le diranno dove andare.
Quando esco dalla stanza mi gira forte la testa. Ma cammino veloce nella direzione che il funzionario mi ha indicato, perché non posso rimanere là un solo istante di più. Mentre mi allontano lo sento chiamare qualcun altro.
- Avanti il prossimo!
- Sono io. Buongiorno.
- Buongiorno. Aspetti che prendo il suo incartamento. Allora… Rossella Farina, vedova Diotti, 36 anni… Accidenti, oggi siete tutti così giovani! Ah… ma vedo che lei ha scelto di andarsene con le sue mani. E come mai?
- Non sopportavo di essere rimasta da sola. Dopo la morte di mio marito, intendo.
- Capisco… Ma mi dica Rossella, lei ha mai ucciso un uomo?
Play
Rossella: La sua macchina è una Ford Mondeo, blu, targata BZ 348 MH. Ha capito?
Voce: Sì, tutto chiaro. A che ora ha detto che esce per andare in palestra?
Rossella: Mai prima delle sette di sera. La macchina la può trovare ogni notte nel parcheggio sotterraneo del palazzo. Ha un posto affittato per tutto l’anno.
Voce: Uhmmmm… perfetto. Una situazione ideale. Le basta che si faccia male oppure…
Rossella: Oppure.
Voce: Capisco… Beh, non dovrebbe essere difficile. A quell’ora è già buio e per di più oggi piove a dirotto. Basta una ruota un po’ allentata per finire fuori strada alla prima curva. Come si chiama il suo amico?
Rossella: Meneghini. Giacomo Meneghini. Ma non è un mio amico.
Stop
Vaìa ![]()
02:18
Fare il killer non è mica uno scherzo. Certo, finché si tratta di far fuori qualche mezza tacca della mala locale, magari con un agguato vecchio stile ricco di piombo e sgommate, allora non è che si debba essere delle cime. Basta un po’ di applicazione e una dose appena passabile di sangue freddo. Ma io mi riferisco ai killer di alto livello. Quelli che arrivano silenziosi come un’ombra alle spalle delle loro vittime e gli tagliano la gola senza che se ne accorga nessuno, neanche la donna con cui stanno facendo l’amore. Parlo dei pochi, veri professionisti del mestiere. Quelli che ti fanno sentire orgoglioso di lavorarci insieme (le poche volte che capita, sia chiaro, perché sono dei lupi solitari) e che suscitano i commenti ammirati di poliziotti e medici legali (“Guarda qua che roba! Proprio un lavoro da professionisti”, queste sì che sono soddisfazioni ragazzi, credetemi).
Non per vantarmi, ma di questi pochi eletti io sono uno dei migliori. Ehi sia chiaro, non lo dico mica per vantarmi! Basta leggere, i numeri parlano chiaro. Aspettate che prendo i dati che mi ha dato ieri il mio assistente… dove diavolo li ho messi? Ah, ecco: 105 omicidi in tutto (solo negli ultimi tre anni), di cui il 76% a carico di uomini di Stato, il 18% per capi mafia di varia estrazione familiare e il restante 6% per businessmen ed esponenti religiosi (continuo a non capire perché il mio assistente insista ad accomunare queste due categorie). Insomma, capite bene che sono uno che non scherza. O per meglio dire, che non sbaglia, visto che a detta di tutti sono anche dotato di un certo senso dell’umorismo. Eccovi spiegato il motivo per cui hanno scelto me anche per questo ultimo incarico. Perché non posso fallire. È matematico.
Vediamo un po’… sono le due e un quarto di mattina e ho ancora qualche minuto di tempo prima di entrare in azione. Sono gli istanti più belli di tutta il mio lavoro, sapete? Quelli in cui devi ricapitolare mentalmente tutti i passi da fare, nel caso in cui si tratti di un intervento di forza e rapidità, oppure vincere con le ultime forze la stanchezza e la voglia di chiudere gli occhi che ti prende quando devi restare immobile per ore prima di premere il grilletto. Capite, non potete mica farvi passare il bersaglio davanti e farvi cogliere con gli occhi chiusi? È anche una questione di dignità. Ricordo che una volta ci fu un collega che si addormentò invece di tenere sotto controllo una finestra. E puntualmente il senatore che doveva freddare vi si affacciò per qualche istante per salutare la folla. Si chiamava Jack… il collega, intendo, non il senatore. E mi pare che oggi abbia una fiorente azienda di pilastri in cemento. Non so se ci siamo capiti. Comunque sia Jack aveva sbagliato. E questo vi basti.
Bene, mi sa che ci siamo proprio. Mi spiace ma devo lasciarvi. Non insistete, vi prego. Farebbe piacere anche a me star qui a chiacchierare con voi, ma d’altra parte se mi hanno scelto è perché sanno che andrò fino in fondo, costi quel che costi. E se sul contratto c’è scritto che devo fare fuoco alle due e diciotto io farò fuoco alle due e diciotto. Non un secondo di più. La preda di questa notte, dite? Uno dei più grandi killer di tutti i tempi, roba che al confronto tutti gli altri impallidiscono dalla paura solo a sentirlo nominare: Robert T. Motta. Il nome ve lo dico tanto tra un po’ sarà solo un ricordo. Uno dei tanti “ex” del settore, se così si può dire. Adesso però scusatemi. Il tempo corre veloce e questo è uno di quei lavori che voglio fare in fretta e senza pensarci tanto sopra. Perché più ci penso e più diventa difficile. Il fatto è che sono due le cose che Don Masino non tollera: i ritardatari e i traditori. Ma è un uomo d’onore, questo bisogna dirlo, e se sgarri ti lascia sempre la possibilità di riscattarti. Per questo devo spararmi in perfetto orario… non posso mica deluderlo per la seconda volta. Cercate di capirmi, voi cosa fareste al mio posto?
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