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Gomma chi?

» 33 anni, sposato con una splendida psicologa e babbo di uno jacopino doc, Gommaweb è attivo sulle scene del capoluogo subalpino dal lontano 1973.

Nato a Firenze ma torinese d'adozione (orrore!), Gommaweb è fisicamente simile a Raul Bova (dall'alto), Robert Redford (di nuca) e Jovanotti (quando canta). È alto 1 metro e 84, calza il 44 di piede e pesa circa 78 chili.

Possiede un bel paio di occhi azzurri e i suoi capelli, corti e castani, stanno con sua somma rabbia mostrando le prime tracce di "sale e pepe".

» Di mentalità vincente, dedica la sua passione sportiva alla squadra della sua città natale, la Fiorentina, tornata alla grande
in serie A dopo una rincorsa stratosferica.

A Torino, scarta subito l'idea di tifare per i Ladri a strisce e si infatua dei granata, che dopo un passato glorioso militano purtroppo in serie B.

Gli amici lo definiscono "il masochista dello sport "

» Nel 1998 si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi su "L'immagine della droga sui quotidiani italiani degli anni Settanta".

Durante la discussione il controrelatore gli grida: "Va a lavurà, drugà!" e lo caccia.

» Dopo la laurea e un lavoro casuale in banca, trova brillantemente posto come addetto stampa di una software house della PA piemontese.

» Tra le sue collaborazioni più riuscite: Narcomafie, L'Indice dei Libri del Mese, l'Ufficio Stampa del Gruppo Verdi e Democratici del Consiglio Regionale piemontese e l'Ufficio Stampa del Gruppo Abele di Torino.

Iscritto all'albo dei giornalisti del Piemonte, Gommaweb collabora con alcune testate di informazione, fra cui questa e questa.

» Le sue passioni:
- i libri (gialli per lo più)
- il cinema (non sentimentale!)
- la scrittura
- il footing
- il calcio a cinque (in porta)

» Top five film:
0) Ritorno al Futuro I, II e III (uber alles)
1) Blade Runner
2) Momenti di gloria
3) Frankenstein Jr
4) Tutti gli uomini del Presidente
5) La vita è bella

» Mangia volentieri:
- insalata di riso
- costata alla fiorentina
- pasta al forno
- guacamole (quello della "zia")
- tiramisù (cioccolato a
scaglie e non in polvere).

Mangia da un anno e mezzo:
- pochi dolci
- molto riso in bianco
- molte insalate

» Top five musica:
0) Fabrizio (uber alles)
1) Franco Battiato
2) Francesco De Gregori
(ma senza la Marini)
3) Paolo Conte
4) Giorgio Gaber
5) Keith Jarret.

» Top five Tv:
1) Santoro
2) Dandini & Guzzanti
3) Angela's Family
4) La Storia in prima serata
5) Sfide

» Top five scrittori gialli:
1) Sir Arthur Conan Doyle
2) Andrea Camilleri
3) Carlo Lucarelli
4) Loriano Machiavelli
5) SS Van Dine

» Ristorante preferito: Da Bibe, Scandicci, Firenze

» Cosa detesta? L'ignoranza, l'arroganza del potere e la juventus.

domenica, 31 agosto 2003
::: racconti

UN LAVORO COME UN ALTRO
"È permesso?"
"Avanti. Venga, si accomodi. Piacere, sono Ugo De Mone, amministratore unico della In.Fer.I S.r.l.".
"Piacere mio, Mario Accardi. Lieto di conoscerla".
"Come sta. Tutto bene? Ha trovato facilmente la strada? Avevo paura di non essere stato molto chiaro al telefono. Sa, questa è una zona un po' periferica. Non sempre ci si riesce a spiegare come si vorrebbe".
"Non ho avuto nessun problema, non si preoccupi. Giusto un po' di indecisione superata la caserma di cui mi aveva accennato. Mi aspettavo una costruzione d'epoca o comunque dall'aspetto più militare. Così l'ho superata senza accorgermene e sono dovuto tornare indietro. Ma aveva un aspetto così, come dire, moderno".
"Non è il primo che si è confuso, questo se può consolarla. Devo ricordarmi di parlarne con la mia segretaria, in modo da essere più preciso la prossima volta. Bene, veniamo a noi ora".
"D'accordo. Al telefono mi ha detto che aveva un lavoro per me".
"Esattamente".
"Di cosa si tratta? Non ho mai sentito parlare della vostra società".
"In effetti non ci facciamo molta pubblicità. Ma siamo seri e paghiamo il giusto, per non dire bene".
"Allora mi spieghi. La faccenda si sta facendo interessante".
"Bene, mi piacciono le persone sbrigative come lei. Si tratta di restare qui in questo palazzo, proprio in questo ufficio, per cinque ore al giorno circa".
"A fare?"
"A controllare che a nessuno venga in mente di aprire quella porta".
"Prego?".
"Sì. Quella porta là dietro. Basta restare qua e controllare che nessuno cerchi di entrare, o di uscire. Ma se questo accadrà, le basterà premere questo pulsante e penseremo a tutto noi".
"Credo di non aver capito. Perché mai qualcuno dovrebbe cercare di farlo? Cos'è una specie di lavoro di sorveglianza? Guardi che se è così non ci siamo intesi. Io mi sto laureando in legge e non ho nessuna intenzione di mettermi a fare il guardiano notturno. È troppo stancante e troppo rischioso per i miei gusti".
"E chi ha parlato di guardiano notturno. Innanzitutto lei dovrebbe venire qua ogni giorno dalle 10 di mattina fino verso alle 15. E poi non credo che ci sia nessun rischio da correre. A parte, forse, quello di annoiarsi un po'. Ma credo che non debba preoccuparsi neanche di questo, visto che le mettiamo a disposizione libri, riviste e un accesso Internet. Tutto quello che serve per ammazzare il tempo. Persino una piccola televisione".
"Non so. Non capisco. Si rende conto che la vostra proposta è quanto meno curiosa? E che cosa ci sarebbe mai di così importante da custodire tanto gelosamente dietro quella porta?"
"Mi spiace ma non credo che sia necessario che lei lo sappia. Le basti sapere che non si tratta di un lavoro illegale o, come le ho già detto, pericoloso".
"E perché avreste scelto proprio me? Siete una delle poche aziende di questa città a cui non ho mandato un curriculum".
"Diciamo che la sua domanda di lavoro ci è stata inoltrata da una ditta che ci è molto vicino. Capirà che per motivi di discrezione non posso fargliene il nome".
"Certo, come no. Guardi non mi interessa. Se c'è una cosa che non mi piace è la segretezza. Io sono per le cose chiare e limpide".
"Aspetti ad alzarsi. Ha provato a pensare anche ai lati positivi di questo impiego? La paga ad esempio. sono cinquata euro al giorno, per sole cinque ore di lavoro. Credo che le possano servire adesso che studia. A quanto mi hanno detto i suoi genitori non sono proprio bene in arnese e lei è costretto a pagarsi da solo iscrizione e libri. Per non parlare dell'affitto dell'appartamento in cui abita".
"Sì ma..."
"E si ricordi che avrà tutto il tempo, durante queste cinque ore, di studiare per i suoi esami. Basterà leggersi uno dei libri di testo invece delle riviste che le mettiamo a disposizione. Senza contare che se avrà bisogno di fare qualche ricerca in rete potrà farlo senza problemi. Abbiamo perfino una connessione a banda larga, lo sa?".
"Santo Dio, ma si rende conto o no dell'assurdità di questa situazione? Lei mi chiede di accettare un lavoro, probabilmente di copertura per qualche altro traffico non ben specificato, che mi farà star chiuso in una stanza per qualche ora al giorno in cambio di soldi e tempo per studiare?"
"Sì. A parte il discorso su una ipotetica copertura, sì. Come le ho detto non c'è nessun mistero".
"Però non vuole o non può dirmi che cosa ci sia al di là di quella porta?".
"No. Non glielo dirò. Mi spiace".
"Mi lasci il tempo per pensarci. Ora devo andarmene. Ho lezione".
"Prego. La chiamerò domani mattina, d'accordo? Così almeno possiamo iniziare da dopo domani. Sempre che lei accetti".

Dopo essersi alzato dalla sedia, invece che dirigersi verso l'uscita che De Mone gli stava indicando, Accardi scartò di lato all'improvviso e iniziò a correre verso la porta che avrebbe dovuto custodire per contratto. La aprì e ci si fiondò dentro. Perché se c'era una cosa che non poteva sopportare era la segretezza. Glielo aveva anche detto chiaramente. Possibile che nessuno lo capisse mai?
De Mone lo guardò un po' sorpreso e una volta che il giovane fu sparito dentro l'altra stanza non potè fare a meno di lasciarsi scappare un'imprecazione. Ma fu questione di un attimo. Poi ogni traccia di rabbia sparì e sorridendo De Mone si avvicinò alla porta, che era stata lasciata aperta, e la chiuse. Quando si sedette alla scrivania gli occhi gli brillavano debolmente.

"È permesso?"
"Avanti. Venga, si accomodi. Piacere, sono Ugo De Mone, amministratore unico della In.Fer.I S.r.l.".
"Piacere, Emilio Panucci. Lieto di conoscerla".
"Come sta. Tutto bene? Ha trovato facilmente la strada? Avevo paura di non essere stato molto chiaro al telefono. Sa, questa è una zona un po' periferica. Non sempre ci si riesce a spiegare come si vorrebbe".

vaìa





































Parola di gommaweb | link | commenti (13)

venerdì, 29 agosto 2003
::: racconti

TRE REGOLE D'ORO
Non so cosa pensasse di fare con quella pistola. La teneva in mano come un oggetto estraneo, che non sapeva bene come governare. Cercava di non darlo a vedere, ma non appena era certo che nessuno lo guardasse ecco che gli occhi, velocissimi, gli cadevano sulla canna bruna dell’arma. Un batter di ciglia. Un movimento da niente, impercettibile. Giusto per vedere che fosse tutto a posto e sotto controllo: la pistola con il foro di uscita del proiettile rivolto dal lato giusto, i clienti terrorizzati immobili davanti a lui (molti con la faccia a terra) e il cassiere sempre più terreo impegnato freneticamente a riempire i sacchetti che gli aveva lanciato. Più lo guardavo e più me ne rendevo conto. Eravamo nelle mani di un principiante.

Ricordo il momento esatto in cui ho deciso di agire. Dovete capirmi. Ero stanco di starmene con le mani in mano, seduto per terra con il mio vestito buono (dovevo far bella impressione con il direttore, ma questo non c’entra adesso). Ma soprattutto ero nauseato dal dover star tanto vicino a un’orribile cicciona sudata e ansimante. Insomma, ero assolutamente deciso a non far passare un solo minuto di più in balia di quel ragazzetto schizzato e incosciente (oltre che armato con una calibro 38 che mi pareva in ottime condizioni). Così mi mossi. Ogni volta che il nostro rapinatore abbassava gli occhi per controllare la pistola o la velocità con cui il cassiere gli porgeva il denaro, mi spostavo impercettibilmente verso sinistra. Lontano dalla grassona e verso l’orribile finta pianta (un ficus?) che era alle spalle del nostro amico delinquente. Uno sguardo, un centimetro. Un’occhiata, un passo verso la fuga. Ero sicuro di farcela.

Dapprima la cicciona non si accorse dei miei movimenti. Accasciata per terra con il sedere appiccicato dal sudore al pavimento di linoleum rosso, se ne stava inebetita a fissare la bocca della pistola, che a ben guardare pareva proprio puntata sul neo a forma di pera che aveva sulla fronte. Con sopra due bei peli neri, per di più. Si era lasciata cadere al canonico "Mani in alto!" e aveva iniziato ad andare subito in iperventilazione. Inspirava oscenamente dalla bocca e buttava fuori l’aria dal naso, con un rumore che mi ricordava quello del mantice rotto che usava mio padre per ravvivare il fuoco in montagna. Come se non bastasse piccoli rivoli di sudore avevano iniziato a colarle dalla fronte su entrambe guance, per darsi appuntamento sul mento e gocciolarle proprio nella scollatura del vestitino estivo che indossava. Ero quasi arrivato al mio obiettivo (avrei potuto persino sfiorare alcune foglie di plastica con le dita), ma non riuscivo a toglierle lo sguardo di dosso. Il ritmo ossessivo del suo respiro e il suo orribile neo mi avevano ipnotizzato.

Dicono che quando si fissa insistentemente qualcuno prima o poi questo se ne accorga. Adesso mi rendo conto che non si tratta di un modo di dire campato in aria. Funziona davvero così. Ero quasi riuscito a portarmi alle spalle del rapinatore (decisamente si trattava di un ficus finto, ora lo vedevo bene), quando la grassona si accorse dei due spilli che le avevo puntato addosso e si girò improvvisamente, mettendomi a fuoco. Sembrava stupita, ma a dire il vero anche un po’ indispettita da quella mia prolungata osservazione. Qualche istante dopo gli occhi che mi guardavano erano diventati quattro, dal momento che anche il rapinatore, seguendo lo sguardo della donna, si era accorto della mia fuga, ritrovandosi all’improvviso con un ostaggio alle spalle. Cosa che deve averlo fatto arrabbiare non poco, visto che mi ha sparato senza neanche dire una parola.

Per tutto il tempo che il proiettile ci ha messo ad arrivarmi dritto in mezzo alla fronte, ho rimuginato serio sulle mie azioni. Mi ero mosso lentamente e con coscienza ed ero certo che se avessi potuto alzarmi in silenzio alle spalle del rapinatore non ci avrei messo più di un secondo a sorprenderlo e disarmarlo. Ma avevo fallito. E proprio nel momento in cui iniziavo a sentire un fastidioso bruciore alla testa, mi sono ricordato delle tre regole che mia madre usava ripetermi per educarmi (“Sono regole d’oro amore, cerca di ricordartene sempre”) : “Non parlare con la bocca piena”, “Non mangiare con le mani” e, soprattutto, “Non fissare le persone che non conosci”. Ero quasi riuscito a diventare un adulto modello.

vaìa


Parola di gommaweb | link | commenti (3)

venerdì, 22 agosto 2003
::: racconti

MASSIMA PUNIZIONE
Si era alzato di soprassalto, perché si era accorto di aver fatto per l'ennesima notte lo stesso sogno. E se c'era una cosa che lo faceva impazzire erano i sogni ricorrenti. Non li poteva sopportare, gli davano i brividi con quel loro continuo gioco a intrecciare la realtà con la fantasia e con i propri desideri (o timori) inconsci.

Bastava che iniziasse a ripetersi nel sonno per due o tre notti di fila e il danno era fatto. Quando dormiva gli pareva di essere sveglio, tanto le immagini che lo circondavano gli erano conosciute. E, per contrappasso, quando apriva gli occhi era come addormentarsi, perché quando entrambe le parti ti sembrano familiari come fai a capire qual è quella giusta? Da piccolo, per esempio, gli era successo di incastrarsi in un sogno in cui doveva esplorare una casa abbandonata. Quel che era peggio sapeva che ci avrebbe trovato qualcosa di terribile e di insopportabile, ma era consapevole che se non fosse andato avanti non ne sarebbe mai uscito. Così proseguiva, per stanze immancabilmente buie (o al massimo illuminate dalle luci tremolanti di qualche candela), finché non trovava quello per cui era entrato. Un altro se stesso, legato stretto a una specie di trono, che lo guardava fisso e iniziava a chiamarlo per nome, facendolo scappare a gambe levate dalla stanza e dall'illusione. Quella voce gli entrava nelle ossa, facendolo svegliare stanco e impaurito. Come può esserlo un bambino che non capisce di essere tornato indietro e ha paura di vedersi materializzare sul letto tutte le sue paure.

Così come era arrivato, dopo qualche giorno anche quel sogno se ne era andato, rimanendo chiuso nel suo cuore come il ricordo di una sensazione che col tempo era sempre meno capace di decifrare. E fortunatamente quelli che lo avevano seguito, seppure tutti tanto riusciti da meritarsi diverse repliche, non lo avevano mai più spaventato con una tale violenza, confermando però in lui un'avversione senza mezze misure verso ogni tipo di dejavù.

L'ultimo della serie non faceva eccezione. Da qualche notte non appena si addormentava provava la strana sensazione di entrare in un nuovo stato di coscienza. Una consapevolezza tanto forte e nitida da sembrargli, quella sì, una veglia. E si ritrovava su un campo da calcio, all'altezza del dischetto del rigore. Tutto il resto del rettangolo di gioco era immerso nel buio più assoluto (per quanto si sforzasse non riusciva a ricordare alcun suono). Una strana luce, come sparata da un proiettore lasciato cadere a terra, illuminava di sbieco una sottile striscia d'erba, su cui si ergeva come protagonista soltanto il suo piede destro, inguainato in una scarpetta da calcio nera. Era appoggiato come un conquistatore su un pallone di cuoio immacolato. Sotto ancora, il dischetto del rigore disegnato con il gesso faceva capolino bianco come la neve. Al di là del cono di luce l'oscurità inghiottiva tutto il resto: le reti, le linee del campo, le bandierine, i giocatori, persino le gradinate con il pubblico (se mai vi fossero state). Era come trovarsi su un'enorme foglia verde, che un bruco ingordo aveva ridotto a un esile striscia colorata.

Lui (il suo piede), il pallone e il dischetto. Sempre così. Notte dopo notte. Poi una voce che non riconosceva faceva partire una domanda a bruciapelo ("Ok, è tutto a posto. Sei pronto?"), a cui il suo piede, ripreso questa volta in primo piano, rispondeva sicuro ("Sì, prontissimo"). Ma la palla non sarebbe mai stata calciata. Sarebbe rimasta inchiodata sul gesso dal suo piede d'acciaio, fino al risveglio. Come un'opera incompiuta, di cui lui non poteva ammirare la conclusione, ma solo l'immobile e armonica decisione con cui era inseguita. Il piede, il pallone, il dischetto erano la rappresentazione ideale di una forza di volontà priva di cedimenti, allenata e pronta al successo (ficcare a calci una sfera di cuoio dentro una rete di nylon?). Che ci finisse effettivamente dentro non importava a nessuno, nemmeno a lui. Ogni volta, poco dopo essere giunto a questa conclusione, si svegliava.

Ad attenderlo nel letto ritrovava non solo quel senso di straniamento che ti lasciano i sogni quando sono tanto reali, ma anche una sensazione di vuoto all'altezza dello stomaco. Perché sapeva che non ci sarebbe stato modo, da questa parte del campo, di raggiungere la stessa immutabile certezza di aver fatto tutto quanto necessario per raggiungere i propri obiettivi. Perché era sveglio e il pallone lo doveva mandare davvero nel sacco. Non bastava sapere che ci sarebbe finito, bisognava dimostrarlo. E in fondo era un bene che non ci fosse nessuno a chiedergli se si sentisse pronto.

vaìa


Parola di gommaweb | link | commenti (1)

giovedì, 07 agosto 2003
::: racconti

ROSSO ANTICO
Il primo colpo raggiunse il Rosso alla schiena, mentre stava camminando in fila indiana con i suoi due compagni, Ottobre e Stalin, per il lato ovest della collina. Una pugnalata improvvisa in mezzo alle costole, silenziosa come un'ombra e maledettamente efficace. La vista gli si appannò in pochi istanti per il dolore, mentre cadeva nel fango umido e molle di quel marzo appena iniziato. Poco prima di toccare terra un secondo colpo gli finì dritto nel polpaccio destro, appena sotto il ginocchio, mettendolo definitivamente fuori combattimento.
Ottobre fu colpito subito dopo e crollò senza neanche il tempo di imbracciare lo sten che portava a tracolla. Se si girava appena sul fianco, il Rosso lo poteva vedere, steso a pochi metri da lui, con gli occhi aperti e l'espressione stupita, come se gli avessero giocato un brutto scherzo proprio quando ne aveva meno voglia. Stalin fu raggiunto per ultimo e non appena fu a terra il rumore degli spari terminò di colpo per lasciare il posto a un assordante silenzio.
I colpi, superato il primo momento di sbigottimento il Rosso riusciva a rendersene conto, gli erano piovuti addosso dal lato opposto del campo che stavano costeggiando e con tutta probabilità erano quelli di una mitragliatrice di ordinanza delle brigate nere, accompagnati da qualche raro colpo di moschetto. "Brutta storia" - pensò - "Sta a vedere che oggi ci lascio davvero le penne".

Marcello Riccardi era sdraiato in un letto dell'ospedale Martini. Il numero 5, stanza 22, quarto piano. Due mesi prima, mentre stava preparando la colazione per sua moglie Roberta, la testa aveva iniziato a fargli male all'improvviso e tutta la parte destra del corpo gli si era come afflosciata. L'ultimo ricordo che aveva di quella domenica mattina era l'odore persistente del caffè che invadeva dolcemente la stanza e la voce di Roberta, che dal bagno gli raccontava dell'ultima telefonata ai nipotini. In quel preciso istante Marcello Riccardi aveva ottantacinque anni, un portamento ancora invidiabile, due vecchie cicatrici e un ginocchio ballerino, che ogni tanto gli faceva male. Specie quando cambiava il tempo o quando stava troppo chinato sulla gambe.

Ottobre morì quasi subito. Una volta a terra rimase qualche istante a soffiare forte con in naso, la bocca impantanata nella terra bagnata e nel sangue. Poi d'improvviso ogni rumore che proveniva dal suo corpo cessò, come se gli avessero di punto in bianco staccato la spina. Stalin gli era poco lontano, a metà strada fra lui e il Rosso. Il colpo di mitragliatrice gli aveva tranciato di netto la spina dorsale, facendolo crollare sulla schiena, e sbatteva piano le palpebre, così lentamente che il Rosso non capiva se lo facesse per proteggersi dal sole o perché ancora non si capacitava per quel che gli era accaduto.
Il Rosso cercò di allontanare il pensiero dalla sorte dei suoi compagni, concentrandosi sui rumori della campagna, che erano tornati a prevalere sul silenzio seguito al concerto per mitragliatrice e fucili. Fra tutti si poteva distinguere l'abbaiare di un cane, a giudicare dalla direzione quello dei Mascaroli pensò, e lo scrosciare del torrente che avevano superato poco prima di finire nell'imboscata. Una tranquilla mattinata di primavera nelle Langhe. Se non fosse stato per quel brusio di voci lontane, che presto si sarebbe minacciosamente avvicinato.
Si fece coraggio e si girò non senza dolore sul fianco destro, sollevando appena la testa. "Stalin, ehi Stalin... come ti senti?".
"Oh Rosso... non so... non sento male. Ma le gambe non le muovo più. Ho paura Rosso, m'han preso alla schiena. Ho paura di morire e ho paura che non cammino più". La sua voce era un lamento fatto di angoscia e voglia di vivere. Aveva solo diciassette anni, Stalin, e la voce gentile di un ragazzo di città. Si era aggregato alla loro formazione soltanto da un paio di settimane e al Rosso faceva male pensare che avesse lasciato i suoi studi al liceo per finire pancia all'aria con un proiettile nella schiena. E pensare che doveva essere una tranquilla azione di perlustrazione.
"Certo che cammini, Stalin. Ma non ci pensare adesso. Se ti può consolare non posso alzarmi nemmeno io. M'han preso alla gamba e alla schiena. Sai che si fa? Si sta qui e s'aspetta che se ne vadano e che qualcuno ci venga a prendere. Va bene Stalin?".
"E se non viene nessuno? Dì un po' Rosso, non è che quelli vengono e ci finiscono? E se quelli vengono e ci sparano in testa? Rosso!".
Certo che sarebbero venuti i neri. Rosso lo sapeva che sarebbero venuti. Ma come si può dire a un ragazzo di diciassette anni che la sua vita sta per finire? Senza dubbio, senza possibilità di scampo. Come si può dirgli che è solo questione di tempo?
"Non so Stalin. Non credo". Appena finì la frase gli parve di sentire delle voci in lontananza, sempre più nitide e vicine. E poi rumore di scarponi militari e ordini gridati a mezza voce. Guardò Stalin e gli sorrise, perché i fascisti stavano arrivando.

Marcello si era risvegliato due giorni dopo in ospedale, pieno di tubi e cavetti, e ne aveva dedotto di non essere troppo in forma. L'unica cosa positiva è che non sentiva più male al ginocchio, che pure lo aveva tormentato per un'intera settimana, da quando aveva iniziato a piovere.
Era stata la moglie a spiegargli tutto. Di come una vena della sua testa avesse deciso all'improvviso di essere molto stanca e si fosse chiusa su se stessa, impedendo il passaggio del sangue. E di come questo avesse causato la rovina di un'ampia zona del suo cervello, nell'emisfero sinistro, lasciandolo inerme sul pavimento della cucina e paralizzato per tutto il lato destro del corpo. "Ecco perché non c'ho più male alla gamba", pensò. Ma non si sentiva molto sollevato.
Lui l'aveva ascoltata con attenzione e pazienza. Poi si era spostato con la mano buona la mascherina dell'ossigeno e le aveva fatto una sola domanda, con una voce impastata e confusa che lui stesso aveva stentato a riconoscere. "Per quanto?".
La moglie lo accarezzò dolcemente sulla fronte e gli diede un bacio sulle labbra, prima di rimettergli a posto la maschera. Come si fa a dire a proprio marito che non camminerà mai più, che dovrà guardare il mondo attraverso il soffitto di un letto d'ospedale e mangiare attraverso un cannello impiantato nello stomaco? "I medici non lo sanno ancora, amore. Bisogna aspettare e sperare". Pregare no, quello non glielo avrebbe mai detto. Ci avrebbe pensato lei come al solito.

"Stai zitto e fermo Stalin. Dammi retta e non temere". I passi si erano fatti sempre più vicini. Poi i neri raggiunsero il corpo di Ottobre e gli spararono una raffica addosso. Il Rosso li controllava con la coda dell'occhio, e il rumore improvviso del mitra, che aveva spezzato l'aria come un grido, lasciava ben pochi dubbi.
"Sarti, che cazzo stai facendo? Ti ho detto che non dobbiamo sprecare le munizioni. Te lo vuoi ficcare in quella testa da cazzo che ti ritrovi? Non dobbiamo sprecare le munizioni!"
"Scusi sergente. Mi sono fatto prendere la mano. Colpa di questi comunisti di merda. Di questi partigiani". L'accento di Sarti non era di quelle parti. Al Rosso sembrava la voce di un uomo avanti con gli anni, forte, rude e spavalda. Chissà perché gli ricordò quella di un amico di Roma che non vedeva da troppo tempo.
"Quante volte ve lo devo dire, eh?. Un colpo in testa e via se sono ancora vivi. Un colpo in testa e via". Evidentemente al sergente piaceva ripetere le frasi, forse per sottolinearne il significato. O forse perché i suoi uomini erano molto stupidi. Da buon comunista il Rosso preferì questa seconda ipotesi. In altre situazioni si sarebbe fatto una grossa risata, ma ora non ne aveva alcuna voglia. Se fosse stato da solo tutto gli sarebbe sembrato più facile. E invece proprio di fianco a lui la voce di Sarti si era avvicinata a Stalin. "Stai fermo e zitto, Stalin", pensò il Rosso. Ma lo sapeva che non sarebbe servito a nulla.
"Questo è vivo, Sergente!". Il Rosso chiuse gli occhi. Un colpo e via, Stalin non c'era più.
Avrebbe voluto stringere le palpebre fino a farsi scoppiare gli occhi. Mordere il fango e scavarlo coi denti per nascondercisi dentro. Fuggire come un verme nel cuore caldo della terra per non sentire e vedere più nulla. Ma non poteva perché fuggire gli aveva sempre fatto orrore più della morte. E aprì gli occhi per non doversene vergognare.

"Hai visto amore? Hai un nuovo compagno di stanza", gli disse premurosa la moglie.
"Eh già - pensò Marcello - un nuovo arrivo nella camerata. Benvenuto!". Ma riuscì soltanto a biascicare un sì a mezza bocca.
Poi si tirò su, facendo leva con il braccio sinistro per girarsi un po' e guardare il letto che gli si trovava di fianco. Sopra c'era un uomo, appena più giovane di lui, con il corpo trafitto da mille tubicini e collegato a un macchinario che lo faceva respirare a intervalli regolari. Marcello non potè fare a meno di pensare a un moderno San Sebastiano, martire della scienza medica.
"Cosa...?" mormorò guardando Roberta.
"Un incidente. Un auto lo ha investito mentre tornava a casa e lo hanno già operato tre volte", gli rispose lei abbassando la voce e avvicinandosi. Poi in un soffio: " Non sanno se se la caverà, ha sempre emorragie interne. Pensa che il figlio viene a trovarlo tutti i giorni".

Davanti al Rosso c'era un repubblichino. In piedi e con la pistola spianata gli parve terribilmente giovane, persino un po' impacciato nella sua divisa nera. Lo guardava fisso negli occhi e sembrava indeciso sul da farsi. Forse era la prima volta che si trovava a dover uccidere un uomo a sangue freddo. Forse addirittura non aveva mai capito realmente cosa significasse dover puntare un'arma contro qualcuno che ti osserva, con gli occhi fissi e lo sguardo fermo di chi ha già reso conto di tutti i suoi peccati. La prima volta faceva sempre lo stesso effetto. Solo l'esperienza permetteva di sbloccarsi.
Il ragazzo era biondo, con gli occhi neri e una fossetta gentile in mezzo al mento. Sulla guancia destra una piccola cicatrice da tempo risargita, forse un ricordo di qualche gioco infantile finito male.
"Minguzzi, è vivo quello? Dai che voglio tornare in paese... se è morto andiamocene, sennò sai cosa devi fare". La voce del sergente contribuì ad accorciare ogni attesa.
"Un colpo e via", pensò il Rosso.
"Un colpo e via", ripetè meccanicamente il soldato. Poi fece fuoco.

La notte in ospedale era un susseguirsi di rumori ininterrotti. C'erano i sussurri delle macchine che elargivano cibo e liquidi ai malati con i loro tentacoli trasparenti. I bip freddi ed elettronici dei monitor di controllo. Cuore, pressione, temperatura. E sopra tutto i respiri affannati dei malati più gravi, il soffio ininterrotto che proviene da quelli con i respiratori o le mascherine di ossigeno e i tanti colpetti di tosse fatti per schiarirsi la gola. I mugugni di chi si lamenta per il dolore o perché non riesce ad addormentarsi e il russare pesante e fastidioso di chi è crollato in un sonno profondo e senza sogni. E le invocazioni, quelle parole mormorate a fior di labbra - Mamma! Dio! Madonnina! - che Marcello detestava con tutto il cuore perché gli stringevano il cuore ogni volta che era costretto a sentirle. Vale a dire tutte le notti, ininterrottamente, da due mesi.
Quella notte verso le quattro si aggiunse al solito sottofondo anche il rantolo del suo compagno di stanza. Dapprima forte, poi sempre più debole e fioco. Con qualche sforzo Marcello si girò su un fianco, come aveva imparato a fare. Sull'altro letto l'uomo un paio di occhi neri lo guardavano sbarrati e pieni di paura. Come un urlo muto. Più sotto il sacchetto delle urine si stava riempiendo velocemente di sangue e nel giro di qualche minuto era già tanto colmo da scoppiare. Probabilmente un'altra emorragia.
Calcolando il tempo passato dall'ultimo giro, Marcello valutò che l'infermiera non sarebbe passata prima di un'ora. Guardò il suo vicino e poi il campanello per le chiamate di emergenza, che si trovava ad almeno mezzo metro dal suo letto. Non ci sarebbe mai arrivato. "Non ce la faccio...", riuscì a mormorare al compagno di stanza. E fu in quel momento che lo riconobbe.

Il Rosso aspettò un'ora buona prima di sollevare la testa da terra. Voleva prima di tutto essere sicuro di essere ancora vivo, e per questo ci mise una mezzora buona, e poi che non ci fosse nessuno in giro.
Quindi si girò lentissimamente sulla pancia e incominciò a strisciare con la poca forza che gli era rimasta lontano dal luogo dell'agguato. Guardò un ultima volta il volto di Stalin. Sembrava sereno, quasi addormentato, tanto che il Rosso pensò che forse sarebbe bastato scuoterlo un po' per svegliarlo e portarlo via con sé. Ma il foro circolare sulla fronte del giovane lo riportò bruscamente alla realtà.
Per sua fortuna non aveva perso troppo sangue e riuscì a mettersi al riparo dietro una grande roccia sulla riva del torrente. Verso sera fu recuperato da una compagnia di Badogliani che passavano in perlustrazione là vicino.
La sua convalescenza fu molto lunga, ma si rimise abbastanza in forze da festeggiare la fine della guerra su una vecchia sedia a rotelle, che i suoi compagni avevano piazzato su un camion scoperto poco prima di entrare in città per la parata.

L'uomo che lo stava fissando era di un bianco cadaverico, ma aveva capelli color cenere, una piccola cicatrice su una guancia e una fossetta gentile proprio in mezzo al mento.
Marcello lo rivide in piedi, giovane, con la pistola puntata verso la sua testa. Si aggrappò con il braccio buono alla balaustra del letto e si spinse ansimando verso il campanello. Il tubo che aveva in pancia gli tirava terribilmente e iniziò seriamente a temere che gli si potesse strappare via dal corpo. A qualche centimetro dal pulsante gli esplose di nuovo nelle orecchie il frastuono del proiettile che lacerava la terra poco distante dalla sua fronte. Quando il giovane soldato si girò per andarsene ("Adesso è morto, signor sergente"), le sue dita scivolarono appena sulla plastica lucida del pulsante. Perse i sensi nello stesso momento in cui sentì rimbombare per il corridoio il passo affrettato e pesante dell'infermiera di guardia.

vaìa

































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venerdì, 01 agosto 2003
::: racconti

GENOVA PER NOI
- “Vuoi un po’ di caffè?”. Te lo chiedo mentre ti togli di dosso le ultime tracce della notte, stropicciandoti gli occhi intorpiditi dal risveglio.
- “Grazie, sì”. Mi vedi già vestito, seduto sul bordo del letto, ma non te ne stupisci. “Sei già uscito stamattina? Hai preso il giornale?”.
- “Sì. Non riuscivo a dormire. Spero di non averti svegliata”. Ma non me ne preoccupo veramente, lo so che dormi come un sasso.
- “No, dormivo. Non mi ricordo di aver mai riposato tanto bene.”
- “Senti, prima che lo leggi volevo dirtelo io”. Meglio affrontare subito la questione. “Ho letto che stanno pensando di rifare Ministro Scaiola”.
- “Ah!”, istintivamente ti porti una mano sulla nuca, proprio dove hai la cicatrice. “Di nuovo agli interni?”, mi domandi a stento indifferente.
- “No, no. All’attuazione del programma di governo…”. Scusa, ma mi viene da sorridere al pensiero di un ministero di questo tipo. Non riesco a capire neanche cosa significhi.
- “E che roba è?”. Non lo capisci neanche tu. Ma di sorridere non ne hai voglia, lo immaginavo. E mi rimproveri con lo sguardo di averlo fatto.
- “Non ne ho idea. Deve essere una roba tipo quella di Giovanardi…”
- “Quello dei rapporti con il parlamento?”. Stavolta un po’ hai sorriso anche tu, ti ho visto. Lo so che hai sempre odiato tutte le cariche inutili, create solo per garantire qualche poltrona di prestigio.
- “Sì… una roba di facciata insomma, qualcosa che serva per farlo rientrare nel giro che conta. D’altra parte era un pezzo grosso, avrà fatto pesare le sue amicizie e le sue conoscenze”.
- “Come un mafioso qualunque…”. Vorresti apparire dura, ma la voce ti si incrina, anche se solo per un attimo.
- “Non ti arrabbiare, ti prego. Lo sai che è inutile. Serve solo a farti stare di nuovo male. È solo che volevo essere io a dirtelo”. Perché so che cosa stai provando.
- “Lo so, ma davvero io non mi capacito di come lo si possa fare di nuovo ministro, dopo tutto quello che ha permesso accadesse”. Hai gli occhi lucidi, mi spiace.
- “Però la sinistra ha promesso battaglia”. Bella cazzata! Mi pento di averlo detto nel momento stesso in cui ho finito di parlare.
- “Bene. Ma tanto con i numeri che hanno che vuoi che facciano”.
- “Niente, ma è sempre meglio farsi sentire”. Anche se in fondo con tutto quello che stanno combinando, al momento forse questa è la cosa meno grave.
- “Va bene, si faranno sentire. E poi?”. La tua domanda cade nel vuoto. Gran brutto risveglio.

Nel pomeriggio ti ho visto sulla poltrona del salotto, con le gambe incrociate, a sfogliare di nuovo i tanti ritagli di giornale che abbiamo raccolto insieme su quello che è successo a Genova. Soltanto due anni fa. I poliziotti in carica sui manifestanti. I black block liberi di fare quello che volevano. La trappola di Piazza Alimonda. La morte di Carlo. Le facce di Scajola, Ministro degli Interni contrito per l’occasione, e di Berlusconi, preoccupato che gli rovinassero la festa che aveva messo in piedi per Vladi, George Jr. e gli altri compagni di merende.

Quando ti sei alzata sono andato a rimettere a posto il nostro album dei brutti ricordi, che come sempre avevi lasciato aperto alla stessa pagina. Quella con la foto di Repubblica che ci ritrae insieme, la testa insanguinata e gli occhi sperduti, mentre ci caricano su un cellulare della polizia per portarci in caserma. A Genova non ci siamo più tornati, e pensare che ci piaceva così tanto.

vaìa



















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