UNOPUNTOZERO

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Gomma chi?

» 33 anni, sposato con una splendida psicologa e babbo di uno jacopino doc, Gommaweb è attivo sulle scene del capoluogo subalpino dal lontano 1973.

Nato a Firenze ma torinese d'adozione (orrore!), Gommaweb è fisicamente simile a Raul Bova (dall'alto), Robert Redford (di nuca) e Jovanotti (quando canta). È alto 1 metro e 84, calza il 44 di piede e pesa circa 78 chili.

Possiede un bel paio di occhi azzurri e i suoi capelli, corti e castani, stanno con sua somma rabbia mostrando le prime tracce di "sale e pepe".

» Di mentalità vincente, dedica la sua passione sportiva alla squadra della sua città natale, la Fiorentina, tornata alla grande
in serie A dopo una rincorsa stratosferica.

A Torino, scarta subito l'idea di tifare per i Ladri a strisce e si infatua dei granata, che dopo un passato glorioso militano purtroppo in serie B.

Gli amici lo definiscono "il masochista dello sport "

» Nel 1998 si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi su "L'immagine della droga sui quotidiani italiani degli anni Settanta".

Durante la discussione il controrelatore gli grida: "Va a lavurà, drugà!" e lo caccia.

» Dopo la laurea e un lavoro casuale in banca, trova brillantemente posto come addetto stampa di una software house della PA piemontese.

» Tra le sue collaborazioni più riuscite: Narcomafie, L'Indice dei Libri del Mese, l'Ufficio Stampa del Gruppo Verdi e Democratici del Consiglio Regionale piemontese e l'Ufficio Stampa del Gruppo Abele di Torino.

Iscritto all'albo dei giornalisti del Piemonte, Gommaweb collabora con alcune testate di informazione, fra cui questa e questa.

» Le sue passioni:
- i libri (gialli per lo più)
- il cinema (non sentimentale!)
- la scrittura
- il footing
- il calcio a cinque (in porta)

» Top five film:
0) Ritorno al Futuro I, II e III (uber alles)
1) Blade Runner
2) Momenti di gloria
3) Frankenstein Jr
4) Tutti gli uomini del Presidente
5) La vita è bella

» Mangia volentieri:
- insalata di riso
- costata alla fiorentina
- pasta al forno
- guacamole (quello della "zia")
- tiramisù (cioccolato a
scaglie e non in polvere).

Mangia da un anno e mezzo:
- pochi dolci
- molto riso in bianco
- molte insalate

» Top five musica:
0) Fabrizio (uber alles)
1) Franco Battiato
2) Francesco De Gregori
(ma senza la Marini)
3) Paolo Conte
4) Giorgio Gaber
5) Keith Jarret.

» Top five Tv:
1) Santoro
2) Dandini & Guzzanti
3) Angela's Family
4) La Storia in prima serata
5) Sfide

» Top five scrittori gialli:
1) Sir Arthur Conan Doyle
2) Andrea Camilleri
3) Carlo Lucarelli
4) Loriano Machiavelli
5) SS Van Dine

» Ristorante preferito: Da Bibe, Scandicci, Firenze

» Cosa detesta? L'ignoranza, l'arroganza del potere e la juventus.

domenica, 27 luglio 2003
::: racconti

L’EDITORE
“Per aria ?”, chiese l’ospite
“Per aria, per aria, coi piedi per aria! Che scemenza!”, rispose l’editore. E giù un bicchiere. Il terzo. “Gesù, già lo sento che mi metterò a straparlare. Tre bicchieri in dieci minuti! È che questo racconto mi ha ucciso”
“No, dai può avere un suo senso poetico, che so, un’immagine particolare, una metafora”, ribattè l’ospite tracannando un cognac. “Ottimo”, aggiunse guardando con gli occhietti sognanti il bicchiere già vuoto.
“Macché ottimo! Sono stanco di giovinastri metaforaggianti. No aspetta che ti leggo la frase....”. E giù col liquore. Il quarto. “Sperso nel metafisico, mi si passi il termine. Ne ho le palle piene, che cosa vuoi che significhi! Nove pagine fitte di stronzate. Nove pagine! La carta merita più rispetto. La figura del custode delle anime poi è insopportabile...e per di più scontato.”
“No, dicevo ottimo il cognac” rise l’ospite “Del racconto non so nulla. A parte il fatto dei piedi per aria e che è una stronzata, almeno a dir tuo. Ma di cos’è che tratta ‘sto racconto ?”
“Pietà, non me lo far ricordare, non ne ho voglia. Domattina lo pseudo-kafka mi tornerà davanti quella facciona idiota da sbarbatello intellettuale e mi sbatterà in faccia il suo sorriso trepidante in attesa della mia risposta. E che vuoi che gli dica? Fottiti bello! Restituisci le braccia all’agricoltura. Aria!”
“No che non lo farai. T’incazzi, sbraiti tanto, ma non mordi. Gli spiegherai per filo e per segno i suoi errori. Magari lo conforti pure. Lasciami indovinare...ripartirai con la solita lezioncina suoi punti di vista e i registri linguistici.”
L’editore si agitò sulla poltrona di cuoio del salotto. Ridacchiò. “Hai proprio una faccia da schiaffi” disse all’ospite “Devo ricordarmi di non invitarti più, mi conosci troppo bene. Credo però che inizierò col fargli fare una decina di flessioni.”
“Ah, è poi sarei io ad avere la faccia da schiaffi! Non dire menate va’. Una buon volta di che è che parla ‘sto benedetto racconto o, meglio, queste nove pagine di minchiate!”
“Sei un cinico.”
“Racconta!”
“Un tipo arriva di punto in bianco in una specie di posto sospeso nel nulla...”
“Coi piedi per aria?”, incalzò l’ospite .
“E per forza coi piedi per aria, t’ho detto sospeso nel nulla ! E qui chi ti incontra ? Il Guardiano!”
“De che?”
“De ‘sto par di palle! Mi fai continuare? Delle anime, il Guardiano delle anime. Un tipo che immagino abbia la tipica faccia dello scienziato dei film di fantascienza e che è talmente fuori di testa da spostare con le dita le anime di chi si perde. Meglio bere ancora un po’”.
“No senti così sono io a perdermi, altro che le anime. Il nocciolo del discorso qual è. Ci sarà una struttura, una logica !”
“Oddio, io l’ho capita solo dopo averne parlato col mio psicologo. Cinquanta carte m’è costata la logica di quel coglione! Comunque ‘sto coso...il guardiano...sta lì a controllare che l’essenza di vita presente in ogni essere vivente - Gesù perché a me ? - vada dove è destinata ad andare, senza perdersi. Il tutto davanti a un monitor in cui le anime delle persone sono rappresentate da puntini luminosi. E nel caso in cui un’animella si perde – in tal caso appare una specie di striscia luminosa - la spedisce col suo ditino magico dritta dritta a casuccia sua”.
“Mani di fata !”
“Ma fottiti va’...”
“No dai continua. Il coso le sposta come Superman. Ma chi è... no lasciami indovinare... sarà mica Dio... spero di no, sarebbe troppo banale.”
“Deve averlo pensato anche il giovinastro e infatti non è Dio. Secondo me ha avuto due o tre orgasmi autocelebrativi al pensiero di quanto è stato furbo a non fargli fare il Dio della situazione. Io li odio i giovinastri tipo “so-tutto-io-che-agli-altri-gli-faccio-una-pippa”. Direi che il guardiano è una specie di impiegato celeste. Non sa un beato cazzo, ma quanto filosofeggia. Ah alla fine, tanto per lasciare un po’ di lacrime sul foglio, il coso muore pure...”
“Come muore, ah be’ per forza, il tipo che arriva lo sostituisce. Chiaro come il sole.”
“Proprio così. Banale. Solo che il giovinastro deve aver pensato d’essere un genialone e di fare il colpo di teatro finale. Piangevano sommessamente ha scritto proprio così! No ti rendi conto dello schifo? Quando la cariatide muore i due piangono sommessamente. Signore sia fatta la tua volontà!”
“Vabbé, una porcata immonda”.
“Una porcata completa. E questa è solo la trama, ma pure lo stile fa pietà. Ripetizioni, errori di registro e di lessico. E io che faccio? Lo frusto?”
“Lascia stare, consiglialo. Magari col tempo...”
“Magari col tempo smette di voler fare lo scrittore e bonanotte al secchio!”
L’ospite si alzò un po’ barcollante. “Gesù, troppo cognac”, disse ridendo. “Senti io me ne vado. La cena era squisita e il liquore pure. Ma c’ho sonno e domani si lavora. Comunque non farla troppo tragica. Mica lo devi pubblicare per forza.”
“Si ma certe cose mi deprimono capisci”, rispose l’editore guardandolo dal basso in alto con due occhi non troppo svegli. “Così giovane, lui, da fare schifo all’umanità...e così deficiente, così desolatamente cretino e megalomane. La storia del mondo in nove paginette...”
“Di minchiate... l’ho capito. Ciao bello...e non mi morire di infarto stanotte, che mi faresti sentire in colpa”
L’editore lo seguì con lo sguardo lucido per l’alcol fino alla porta del salotto. Lo salutò con un cenno appena abbozzato. “Che faccio, ramanzina sul registro o sui punti di vista ?”
L’ospite lo guardò ridacchiando. Poi serio serio rispose : “Trenta flessioni”. E uscì.

vaìa


































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giovedì, 24 luglio 2003
::: racconti

MOONWALKER
- Non dovrai parlarne con nessuno. Questo è chiaro.
- Certo.
- Non potrai raccontare niente di niente a nessuno.
- Capito.
- Niente a tua moglie, niente ai tuoi figli e niente ai tuoi amici.
- Niente di niente.
- Nemmeno al tuo prete, hai capito? Nemmeno in confessione.
- Ho capito, ho capito. È chiaro.
- Chiaro non basta. Deve esserti cristallino.
- Va bene. Mi è cristallino. Ma quando si inizia?
- Subito, forse già domattina. Ieri è arrivato il regista, la sceneggiatura l’hai studiata e lo studio è pronto. Hai paura?
- No. È solo che… dannazione io non sono un attore. Sono un pilota di aerei! E se non ci riuscissi?
- Sciocchezze! Il tuo ruolo è semplicissimo. Lo potrebbe fare anche un bambino.
- La fai facile…
- Non ricominciare. Ne abbiamo parlato un sacco di volte. Devi solo scendere da una scaletta, piantare una bandierina e saltellare come un cretino molto felice sulla sabbia del deserto.
- Ok.
- E poi mica sarai solo. Sarete in tre. Credo che tu li conosca: si tratta di Edwin e Michael…
- Certo che li conosco! Ma non immaginavo che ci fossero dentro anche loro.
- Vi abbiamo addestrato separatamente, per evitare fughe di notizie.
- Naturale.
- Ah, un’altra cosa… Non perdere tempo a studiarti la parte e a entrare nel personaggio, o roba simile. Tanto sarai rinchiuso in una tuta pressurizzata, con un bel caso dalla visiera a specchio in testa.
- Cristo! Farà un caldo assurdo
- Lo so. Porta pazienza. Sei pagato anche per questo.
- Va bene. Allora a domattina. Solo una cosa… e dopo? Cosa succederà?
- Dopo sarai la persona più famosa del mondo. E rimarrai per sempre nella storia, anche se continuerai a lavorare per l’esercito. Sarai un fottuto eroe, niente di meno.
- Ma dovrò mentire a tutti.
- Sì. Dovrai mentire a tutti.
- E tu che dici? Ne varrà la pena?
- Assolutamente, te lo garantisco.
- Ma inganneremo un sacco di gente!
- Niente affatto, Neil. La faremo sognare. Chi non vorrebbe andare sulla luna?

vaìa
































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lunedì, 21 luglio 2003
::: racconti

ALL’ATTACCO!
Le relazioni diplomatiche erano a un punto morto. I Francesi non si fidavano proprio di quel vicino ingombrante, che da sempre guardava con espressione famelica alla ricchezza delle loro città. D’altro canto Montezuma, il leader atzeco, non faceva molto per guadagnarsi la loro simpatia (in privato addirittura li chiamava “saccenti mangiaformaggio”). Non che fosse apertamente ostile, anzi. Solo che i suoi comportamenti suonavano falsi e ogni sua parola lasciava nell’aria come un retrogusto di rancore trattenuto a stento.

Le cose sembrarono migliorare quando Montezuma propose di firmare un accordo bilaterale per il libero passaggio di merci e persone. “Ecco un bel gesto per rasserenare gli animi!”, pensarono tutti. E davvero sembrava la soluzione giusta per non imboccare la strada della guerra. Oltretutto gli Atzechi si mostrarono davvero determinati e convinsero anche i più sospettosi con un bel po’ di oro e di pellicce.

In realtà, come era già accaduto, il lupo aveva soltanto vestito i panni dell’agnello e soprattutto non aveva perso il vizio, ma solo il pelo… Insomma, Montezuma ai francesi era ben intenzionato a fargli un culo come un paiolo. Altro che libero scambio. Un po’ di cruise, qualche testata atomica multipla e quegli spocchiosi dalla erre moscia sarebbero stati cacciati a pedate dal continente.

L'unica cosa che gli rodeva era che i francesi gli fossero superiori culturalmente. Comunque lo consolava pensare che fosse un primato destinato a durare poco. Montezuma sapeva che il proprio esercito era tre volte quello nemico e aveva calcolato alla perfezione ogni rischio. Per la vittoria erano necessarie solo tre cose: un po’ di tempo, una bella faccia di bronzo da esporre in pubblico e un paio di palle belle quadrate. E se c’era una cosa su cui a Technotitlan non avrebbero mai scommesso era la forma dei testicoli del presidente. A quell’uomo, oltre a essere cubiche, le palle fumavano come una ciminiera.

Ecco come si svolsero i fatti (dal “De bello atzeco” dello storico Pier Tito Livio).
Fase 1: l'alleanza. Dopo l’accordo bilaterale i francesi rimasero all’interno dei propri territori e non varcarono i confini atzechi neanche per fare la spesa. Montezuma invece piazzò diverse divisioni di carri e marines a breve distanza da tutte le città “amiche”. Ma con grazia, dispensando sorrisi e propositi di protezione fraterna. L’opinione pubblica francese lo rivalutò e i giornali gli dedicarono grandi spazi su tutte le prime pagine.
Fase 2: l'attacco. Di ritorno dallo show del sabato sera di Canal Plus, Montezuma ordinò un attacco atomico a sorpresa sulle metropoli francesi. Parigi, Tolosa, Bordeaux, Chartres, Lione, Marsiglia e Saint Denis (più una dozzina di città minori) vennero investite da centinaia e centinaia di megatoni di fuoco. Il leader Atzeco le osservò bruciare una a una dal suo monitor personale, in mutande e con un pezzo di anguria in mano. In sottofondo suonavano le note di “I’ so pazz”, sua canzone preferita.
Fase 3: la resa. Ridotte a qualche cavaliere post-atomico e a qualche barbaro lanzichenecco, le residue difese francesi vennero spazzate via senza alcuno sforzo sotto i cingoli dei panzer atzechi. Nell’arco di tre turni dall’inizio del conflitto, Montezuma entrò vittorioso in quella che una volta era Parigi. Quel giorno si sentiva clemente; si limitò a sterminare i superstiti, radere al suolo la città e spargere il sale sulle sue rovine, mentre un vassallo gli annunciava che la civiltà francese ufficialmente non esisteva più.
Fase 4: la pace. Dopo aver estinto con successivi genocidi gli Indiani, i Giapponesi, i Cinesi, gli Americani e gli Irochesi, Montezuma aveva completato l’opera con i Francesi e regnava felice e soddisfatto su un continente radioattivo e su una simpatica combriccola di sudditi mutanti. Quest’epoca d’oro, subito ribattezzata “Pax atzeca”, contribuì ad accrescerne la leggenda e a fare di lui il più grande statista di tutti i tempi.

Al termine di 4 ore di guerra ininterrotte, Montezuma era decisamente soddisfatto di se stesso. Anche il pensiero di aver ucciso oltre 30 milioni di persone non gli dava particolare fastidio. In fondo qualche decina di migliaia era sopravvissuta. E che sarà mai!
Sazio di sangue, addentò ancora un pezzo di anguria e si alzò con un ghigno dalla poltrona della scrivania, accorgendosi con raccapriccio che gli si erano incollate le mutande alla finta pelle del sedile. Poi guardò l’orologio e lanciò un grido… A forza di bombardare si ritrovava in un ritardo folle. Uscì da Civilization e spense una buona volta il pc. Aveva giusto il tempo di farsi una doccia, ma non ne era troppo sicuro. Quella sera lo aspettavano in parrocchia per le prove della messa e, se non arrivava in tempo, stavolta Don Mario lo avrebbe ripreso davanti a tutti i chierichetti. E guai a dirgli che era colpa dei Francesi.

vaìa







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domenica, 20 luglio 2003
::: ciao core

TRULLALLERO

Nel paese di Trullallero tutto è il contrario di ciò che dovrebbe essere. Nel paese di Trullallero, spiegandola in soldoni, i gatti rincorrono i mastini napoletani e il Torino è campione d’Italia. Nel paese di Trullallero gli anziani sono sereni, invecchiano bene e si sentono al sicuro, perché non hanno paura a girare da soli per la strada e sanno che ci sarà sempre qualcuno a prendersi cura di loro.

A Trullallero vive anche il signor P, impiegato in cassaintegrazione volontaria a zero ore. Avendo molto tempo libero spesso il signor P. resta a casa a guardare la tv. E la televisione di Trullallero, bisogna crederlo, è davvero molto speciale. Una sera il signor P. ha visto una pubblicità che lo ha commosso. Si mostravano campi di grano da mietere e potenti officine al lavoro. Una voce fuori campo ripeteva in tono sommesso: “Grazie per averCi votato. Teniamo a ricordarvi però che anche gli Altri avrebbero fatto un buon lavoro. Anzi forse ancora migliore”.

Che splendido paese è Trullallero! Il signor P. esce spesso di casa la mattina, quando l’aria è più fresca. Camminando per strada vede e partecipa a molti cortei - il signor P. è una persona molto sensibile. Ci sono imprenditori che chiedono nuove tasse sui beni di lusso e manager che pretendono maggiori investimenti nella formazione dei loro dipendenti.

Purtroppo però anche a Trullallero esistono le persone meno fortunate, ma tutti cercano di aiutarle partecipando con grande entusiasmo a ogni raccolta di fondi. Proprio qualche giorno fa, per esempio, è stata lanciata a una toccante operazione umanitaria chiamata “Regala un sorriso a chi ti vuol bene”. Nel paese di Trullallero, infatti, il capo del governo - “Forse un po’ troppo capellone, ma tanto sincero e altruista” ama precisare il signor P. - s’è messo in testa di vendere tutto ciò che possiede per essere più puro e degno della sua carica. E ha dato via tutto: giornali, televisioni, assicurazioni… Ogni cosa, anche lo stipendio da Premier! Così per vivere ha bisogno dell’aiuto della gente e nessuno si è tirato indietro.

Non ci si deve stupire di nulla quando si entra a Trullallero. Il signor P. ha donato alla causa tutti i suoi risparmi. Ma è allegro perché la giornata è bellissima e lui si sente in pace con se stesso. Come un uomo nuovo. Un marocchino gli si avvicina sorridendo e gli regala un euro. Non ci si preoccupa mai per il futuro, nel paese di Trullallero.

vaìa

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venerdì, 18 luglio 2003
::: me myself & i

BUONGIORNO
Ti guardo dormire e sei la cosa più dolce del mondo. Tieni gli occhi stretti come quelli di un bambino. Il tuo corpo è adagiato con flessuosa serenità sul letto; il braccio, appena piegato verso l’alto, la mano stretta a pugno, lascia scoperto l’incavo dell’ascella. Come un porto sicuro vorrei sprofondarci il viso e sentirti sorridere. Vorrei vederti aprire gli occhi e guardarmi, mentre passi dolcemente la mano nei miei capelli, baciandomi la nuca. Felice e senza alcun pensiero restare come in attesa e perdermi senza coscienza nella nostra intimità.

Ma mi accade di non saperti più avvicinare. Nella penombra i pochi centimetri che dividono i nostri corpi sono come una voragine, che mi costringe dalla parte sbagliata del letto. E invece di rifugiarmi in te resto fermo a guardarti dormire, per tutto il tempo che manca alla sveglia. È l’ora più bella della mia giornata, quando fa fresco e dalla strada il rumore della notte svanisce un poco alla volta. Perché la quotidianità non ha ancora fatto il suo ingresso ingombrante ed è più leggero vivere.

vaìa


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mercoledì, 16 luglio 2003
::: racconti

UNA VITA COME TANTE - sesta e ultima puntata
La notte trascorre tranquilla e senza sogni. La mattina dopo il prof. Pazzagli si alza di buon’ora, si veste e se ne va di filato in ufficio. Ha ancora negli occhi l’immagine di un Super senza maschera, che si è appena riscoperto uomo. Anzi, pensa Pazzagli, sarebbe forse il caso di tornare a chiamarlo con il suo vero nome: Guido Alberti. Buffo a pensarci bene. Guido Alberti, di anni 35, ragioniere, assicuratore e celibe. A pensarci bene nessuna di queste cose potrebbe mai ricordargli un supereroe.

Nonostante tutto Super gli manca molto. Sia chiaro, Pazzagli è contento di aver chiuso con un tale successo un caso tanto lungo e complicato. Però si era affezionato a quella figura magra e nervosa, vestita di rosso e sempre pronta a proteggere chiunque ne avesse bisogno. E al diavolo la professionalità… non sarà deontologico, ma è un sentimento così naturalmente umano!

Eppure nel corso della terapia e delle tante visite i momenti difficili non erano mancati. Tanto che più volte Pazzagli aveva temuto di non farcela e solo ricorrendo alla sua enorme esperienza era riuscito a conquistare la guarigione del suo paziente. Una cosa, comunque, era certa. Basta supereroi! Troppo complicati, troppo oltre le sue capacità. Basta! Super, anzi, il ragionier Alberti, era stato l’ultimo. Di questo era più che convinto.

Chiuso per sempre il fascicolo “Super / Alberti”, Pazzagli si appoggia soddisfatto allo schienale della sua poltrona. È una bellissima mattina di sole. La luce filtra di sbieco dalle persiane ancora chiuse dello studio, mentre lo sguardo dell’analista si posa placido sui tanti libri ordinati negli scaffali di legno. Sulla sua raccolta di fermacarte di legno africani. Sui tanti diplomi e titoli di studio appesi alle pareti. Chiusi gli occhi, si lascia cullare da un'incredibile sensazione di serenità e fiducia nel futuro.

L’odioso ringhio del campanello lo riporta bruscamente alla realtà. Pazzagli è perplesso. All’apertura dello studio manca ancora un’ora buona e non ha la più pallida idea di chi possa essere. Forse la portinaia, con l’ennesima raccomandata da consegnare. Pazzagli va ad aprire e si trova davanti un uomo vestito di nero, con tanto di cappello, spada, maschera e mantello. E Una zeta bianca sul petto.
- “Il dottor Pazzagli?”, chiede lo sconosciuto, mentre lo psicanalista non riesce a nascondere la sua sopresa.
- Sì?
- So che non mi conosce ma ho bisogno del suo aiuto. Super mi ha tanto parlato di lei...

- FINE -

vaìa





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::: racconti

IN UFFICIO
Entrò in ufficio con l’aspetto più normale che potesse indossare. Camminò con passi misurati fino alla finestra, tra due file di scrivanie piene di gente indaffarata.

- Avete presente quel detto: “C’è sempre qualcuno che sta peggio…”?
Nessuno rispose.
- Eccolo! Sono io.

Giunto alla finestra l’aprì e si lanciò di sotto, con la massima naturalezza. In quel momento le dita dei colleghi battevano sulle tastiere addirittura freneticamente.

Nel suo insieme la scena fu indimenticabile. Anche al pianterreno.

vaìa




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martedì, 15 luglio 2003
::: racconti

5.000 METRI
Fin dall’infanzia aveva sempre preferito correre invece che lasciarsi distrarre dai problemi della vita. Perché la corsa gli permetteva di starsene da solo a riflettere e lui vi si dedicava con la massima costanza. La assumeva con regolarità, come una medicina, ma senza eccedere mai. E ogni risentimento, ogni preoccupazione, ogni tossina che il suo corpo e la sua mente accumulavano venivano sospesi. Correva, regolava la respirazione sul rumore dei propri passi e dimenticava tutto. Aveva sempre fatto così, anche quel giorno non faceva eccezione. Terminato il lavoro, aveva deciso di passare a casa di Carlo, un suo caro amico. Questione di un’ora al massimo, giusto per potergli parlare faccia a faccia.
- Ciao, che sorpresa. A cosa devo la visita?

La sua distanza preferita erano i diecimila metri. Un giro di parco corrispondeva a circa due chilometri. Cinque giri in tutto, tre volte alla settimana, erano la sua abitudine. La dolce fatica cui non riusciva a rinunciare. L’affanno e la stanchezza non esistevano. Li ignorava, semplicemente. E quando era così a pezzi che ogni passo gli sembrava impossibile, accelerava ancora e fuggiva via, un metro dopo l’altro.
- So tutto di te e Roberta. Ma perché avete dovuto farmelo scoprire così?

Quando correva arrivava sempre il momento in cui si rendeva conto di non essere più in grado neanche di pensare. Il suo campo visivo si limitava a pochi metri soltanto e in quegli istanti credeva, anzi era fermamente convito, che non avrebbe mai terminato la sua corsa e che il suo cuore avrebbe smesso di battere per protesta. Ma di solito accadeva verso la fine. Era arrivato all’ultimo giro. Ancora due chilometri e avrebbe potuto fermarsi.
- Lo temevo. Mi dispiace, avrei voluto dirtelo ma non ho mai trovato il coraggio. Ma diciamocelo, ormai fra te e lei…

Piedi, ginocchia e gambe iniziavano a fargli male. Ma correva ancora. L’aria che gli arrivava in faccia era come una carezza gentile e lo teneva sveglio fino al traguardo. Quando finalmente arrivò, rallentò bruscamente e raccolse le sue ultime forze per riprendere fiato. Tutti i particolari gli tornarono nitidi alla mente. L’espressione sorpresa dell'amico. Il tappeto finto persiano su cui era caduto il suo corpo. Il fermacarte che aveva afferrato senza pensarci.
- Pronto, polizia?

Si cambiò e tornò verso casa. Lo attendevano in tre. Quello in borghese doveva sicuramente essere l’ispettore con cui aveva parlato. Il suo soprabito sgualcito gli fece pensare a un Humphrey Bogart metropolitano. Ansimò e sorrise. Gli altri due, in divisa regolamentare, gli si avvicinarono e gli misero le manette ai polsi. Tutto si svolse nella massima calma e senza alcuna resistenza. D’altra parte li aveva avvisati lui. Però erano stati insolitamente veloci, avrebbe scommesso di avere più tempo a disposizione. Mentre lo portavano via non potè fare a meno di chiedersi quando avrebbe potuto correre di nuovo.

vaìa






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domenica, 13 luglio 2003
::: me myself & i

UNO A ZERO
Aveva letto da qualche parte che segnare è come fare l'amore. Simbolicamente certo (la rete difesa e violata, la "penetrazione in area" dell'attaccante, le sue acrobazie per arrivare allo scopo), ma anche fisicamente. Con quell'energia assoluta che si sprigiona all'improvviso. Quella gioia purissima di aver raggiunto il proprio scopo e di essere stato migliore di altri, anche se solo per un attimo. Ragazzi, non bisogna mica essere Freud per capirlo! E poi trovare una femmina disponibile, contendersela con gli altri maschi del branco e accoppiarsi con lei per guadagnare l'immortalità della propria specie è la prima legge della natura. Così come segnare è il primo obiettivo di ogni giocatore di razza, specie se con l'istinto del gol. Vede la porta, sgomita in area con qualche avversario che ancora non ha capito di aver perso, ficca quella dannata palla in fondo a una rete di nylon e si guadagna la possibilità di far vincere la propria squadra. E perché no... pure l'immortalità, a volte.

Ok, tutto chiaro. Ma come diavolo gli era finito quel pensiero in testa? Semplice. Era stato sufficiente che durante una partita di Coppa Campioni un argentino benedetto da Dio entrasse in area contrastato da un difensore dell'Arsenal (quello alto, che sembra abbia preso un treno in faccia... Adams?), si defilasse un po' sulla destra dell'area e tirasse una fucilata dell'altro mondo quasi dal limite dell'area piccola. Ed ecco… quel pensiero idiota gli era penetrato nella mente come uno spillo. Era bastato meno di un secondo, anche perché quando il tiro arrivò a destinazione non si accorse subito della segnatura. Solo dopo, guardando meglio la televisione, realizzò che il buon vecchio Seaman era rimasto ammutolito quanto lui, ma senza la stessa voglia di rifletterci sopra.

Poi il tempo riprese a correre veloce. L'argentino dai capelli d'oro fece il gesto della mitragliatrice con le mani e corse a raccogliere la sua momentanea immortalità su e giù per il prato di Wembley, mentre lui piangeva e urlava di gioia come un bambino, baciando il berretto della squadra che teneva ben calcato in testa e sventolando la sua sciarpa viola dal balcone, dritta in faccia a una città a cui di quella partita non importava nulla. Di quel pensiero su sport e sesso non era rimasta traccia. Fu questione di un attimo. Primo perché delle analogie in quel momento gli importava ben poco. E poi perché non avrebbe mai confessato a nessuno di aver provato il migliore orgasmo della sua vita grazie a un calciatore di nome Gabriel, che una sera d'autunno, con un giglio sul petto, si inventò uno dei più incredibili gol che avesse mai visto.

vaìa

Parola di gommaweb | link | commenti (15)

venerdì, 11 luglio 2003
:::

1000 E NON PIU' MILLE? (tocco ferro...)
1000 contatti in meno di un mese... o meglio 1000 anime perse per la rete... come dico io. E' incredibile, ma non ci avrei scommesso. Tolti i parenti e me stesso ci saranno almeno 800 contatti che sono venuti qua esclusivamente per leggermi? E una cosa che mi fa un piacere enorme. Che dire? Ne è valsa la pena. Grazie a tutti e spero di non annoiarvi mai.

Ehm... e ora... "Tanti auguri a meeee, tanti auguri a meee, tanti auguri gommawebbucciooooo, tanti auguri a meeeeeeeeeeeeeeeeeee..."

vaìa


Parola di gommaweb | link | commenti (4)

::: racconti

UNA VITA COME TANTE – quinta puntata
Quella stessa sera, dopo le regolamentari otto ore di lavoro e centinaia di documenti fotocopiati, Super è invitato a una cena a quattro, organizzata dal suo analista per “prendere di nuovo contatto con il mondo”.

Alle nove li attende un tavolo per quattro da Beatrice. Ad aspettarli Rocchina, la moglie di Pazzagli, e Agata, una loro amica, a cui Pazzagli ha più volte descritto Super in termini entusiasti. Super è stanco e non avrebbe più voglia di uscire, ma la possibilità di un appuntamento al buio, con tutte le aspettative che questo si porta dietro, lo convince. Per l’occasione, dopo una doccia rigenerante, al posto della tuta indossa un bel completo di velluto blu, che aveva dimenticato da troppo tempo in fondo all’armadio. La maschera nera, però, non riesce a togliersela.

Nonostante tutti i buoni propositi, al ristorante il ghiaccio non si scioglie. Super è a disagio. Agata gli piace e sente di piacerle, ma il suo ruolo scomodo di supereroe la intimorisce e lui non sa come uscire da questa situazione. Agata lo scopre più volte intento a fissarla, ma invece di esserne lusingata si sente inquieta a causa della mascherina nera che Super si ostina a indossare. Alle parole del supereroe risponde così solo con sorriseti e frasi di circostanza. Senza accorgersene Super si accende una sigaretta con il suo famoso “lampo super” (una fiammata dal dito indice), facendo saltare Agata sulla sedia. Lo psicanalista si innervosisce e lo riprende a bassa voce, lanciandogli un accendino.

Come se questo non bastasse, quando la discussione sembra animarsi qualcosa attira l’attenzione del nostro supereroe, che più volte ha l’istinto di alzarsi e correre a salvare qualcuno. Pazzagli però lo convince a restare e Agata ne sembra molto contenta. Le richieste d’aiuto che arrivano al suo “orecchio super” sono incalzanti, ma da ora in poi dovrà occuparsene qualcun altro. Il ghiaccio si rompe definitivamente. Super e Agata iniziano a discutere con naturalezza, mentre Pazzagli e la moglie si guardano soddisfatti. Alle due passate tutti e quattro escono barcollando dal locale.

Fuori dal ristorante, Pazzagli e la moglie capiscono che ormai è fatta e che i loro due ospiti speciali molto probabilmente passeranno la notte insieme. Pazzagli saluta Super e lo guarda andare via come un padre, che osserva partire un figlio cresciuto e pronto ad affrontare la vita. Mentre si allontana si volta ancora una volta e vede Super abbracciare dolcemente Agata, mentre con una mano si toglie la maschera e la lancia alle sue spalle. Il supereroe se n'è andato per sempre. (segue sesta ed ultima puntata)

vaìa


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giovedì, 10 luglio 2003
::: racconti

IL GIOCO (a Francesca, per il suo compleanno)

- Un altro giro ancora!, gridò ridendo la ragazza.

Intrecciò le sue mani bianche con quelle dell’amica. La sensazione che le veniva da quel contatto era di calore e di sicurezza. E di gioia, per quel gioco che amavano fare fin da bambine.

Tenendosi per mano, le braccia distese e incrociate fra loro, le due figure iniziarono a girare su se stesse. Dapprima piano, poi con un ritmo crescente, sempre più veloce. Tanto da farsi girare la testa. Ma in fondo non era questo lo scopo?

Intorno, il giardino con i fiori e il muro un po’ scrostato della casa si fondevano in un’unica scia colorata, mentre il loro movimento iniziava a farsi convulso.

Sul punto di spiccare il volo crollarono esauste sull’erba, guardandosi con la vita negli occhi.

- Ancora un giro!

vaìa

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mercoledì, 09 luglio 2003
::: me myself & i

FAST FORWARD

Ci sono situazioni in cui non si può fare altro che aspettare. Momenti in cui vorresti mandare avanti veloce la tua vita, per saltare in un botto giorni, mesi, anni che ti paiono eterni. Zac! Un salto. Ed essere dall’altra parte. Da un’altra parte. E scoprire che sei riuscito a diventare un uomo diverso. Più saggio. Più maturo. Più sicuro. Zac! E il tuo vecchio te stesso non c’è più. Quello nuovo quasi non lo riconosci. Solo dopo un po’ ti accorgi che sei tu. Stessi occhi, ma uno sguardo più sereno. Stessa bocca, ma senza quell’espressione beffarda stampata sulle labbra.

E invece i secondi si assommano ai secondi e i minuti ai minuti e le ore alle ore, in una cantilena di giorni che vorresti soltanto finissero di disturbarti, perché hai fretta di cose diverse da vivere. E invece la tua maturità la devi conquistare sul campo e se non ci sei tagliato sono solamente fatti tuoi, e di nessun altro. E invece devi lottare come non avresti mai creduto, per trovare la forza di aprirti con qualcuno e di ricominciare a fidarti di lui. E invece devi aspettare che il tempo passi e ti faccia ridere di quello che ti sembrava troppo grave da sopportare. Per secondi. Minuti. Ore. Giorni. Per tutto il tempo necessario, addirittura. Zac!

vaìa

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martedì, 08 luglio 2003
::: racconti

UNA VITA COME TANTE - quarta puntata
A lavoro l’impatto è durissimo. Facile da capire, dopo anni di lotte senza quartiere, di delinquenti assicurati alla giustizia e di vittorie strabilianti tornare alla Moro Assicurazioni è come chiudersi in un cripta e buttare via la chiave. Tutto da soli, oltretutto. E volontariamente. Ma la terapia è la terapia e non c’è altro che conti. Super si fa coraggio e segue il Prof. Pazzagli, che lo accompagna a riprendere confidenza con l’ambiente di lavoro.

Ancora più difficile è l’incontro con i suoi vecchi colleghi, che hanno visto andarsene un assicuratore qualsiasi e ora vedono tornare un uomo in preda all’ansia e all’angoscia. Doppiamente incapace di condurre una vita normale (sia da superuomo che da uomo qualunque). Rottazzi, il suo ex vicino di scrivania, gli stringe la mano, ma si capisce che è schizzinoso. Dopo i saluti di rito va a lavarsela immediatamente. Landi gli manda un cenno da lontano. Mentre Fidia, la bella Fidia che aveva più volte corteggiato, lo degna solo di uno sguardo.

Ma il vero problema è Umberto Carlo Branchia, il capufficio. Il despota unico e terribile della filiale 7 della Moro Assicurazioni. Il detentore del diritto di vita e di morte di ognuna delle persone presenti nelle tre camere e servizi dell’ufficio. Se Branchia sopportava Super a malapena prima e oggi lo odia con tutte le sue forze. Altro che supereroe e supereroe. Altro che malato in terapia. Super per lui non era altro che un lavativo, uno di quelli che si inventano di tutto pur di sfuggire al proprio dovere. Quando Super entrò nella stanza di Branchia vestito di tutto punto da ultrauomo risuonò nell’aria la più agghiacciante risata che la Filiale 7 avesse mai sentito. Seguita da una sola parola, detta guardando la Minolta fossile dell’ingresso: “Fotocopie!”.

Super si dà subito da fare. I fogli si accumulano senza sosta nel raccoglitore della Minolta, davanti allo sguardo atterrito del supereroe e a quello soddisfatto di Pazzagli. Super suda. La tentazione di usare i suoi superpoteri è fortissima, come un incessante richiamo alla libertà. Ma non appena ci pensa ecco riapparire la nausea e la voglia di vomitare. Niente da fare. deve farcela da solo. Esclusa anche l’ipotesi “strage di massa”, che il superuomo vorrebbe mettere in pratica nei confronti dei suoi colleghi. Potranno vivere, anche se questo significherà sopportare con pazienza i loro scherni e le tante battute che gli piovono sulla testa (“Super… mi voli a prendere una pratica?” era la più frequente).

Dopo tre ore ininterrotte il calore proveniente dalla fotocopiatrice lo convince a togliersi il mantello. È la prima volta da tanti mesi e Pazzagli se ne accorge con molta soddisfazione. Il primo passo verso una vita nuovamente normale! Tutto questo però non aiuta Super, che giunto alla seimillesima pagina sviene. Per pochissimo Pazzagli non riesce ad afferrarlo. (segue…)

vaìa


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lunedì, 07 luglio 2003
::: racconti

IL RILEVATORE
La cronica mancanza di soldi lo aveva spinto sul margine di una strada, chiuso in una macchina a contare le automobili che passavano. Tutto sommato non era neanche una fine malvagia (molto meglio dell'accattonaggio) e il rilevatore si consolava pensando ai 200 euro netti che avrebbe ottenuto dal Comune al termine delle due settimane seguenti.

Le sue dita correvano veloci sulla piccola tastiera che gli avevano dato. Quattro tasti per ogni mano, una mano per ogni direzione di marcia, automobili, moto, camion e biciclette finivano senza scampo vittime del rilevatore. Un lavoro figlio dei tempi e della flessibilità, voluto dall’assessore alla viabilità in persona, che aveva promesso pubblicamente di risolvere l’annoso problema del traffico cittadino.

Un incarico, come avrebbe detto sua madre, "umile ma onesto", che il rilevatore doveva portare a termine posteggiato nel bel mezzo del centro cittadino, proprio là dove ogni mattina si formava la madre di tutte le code. Ci voleva molta attenzione e alla lunga era stancante, ma al rilevatore erano sempre piaciuti i lavori meccanici e ripetitivi, perché gli permettevano di gareggiare con se stesso. Cose del tipo: “Vediamo quanto posso andare veloce con un braccio solo” e via dicendo. Nonostante tutte le sue migliori intenzioni, il primo giorno arrivò all’ora di pranzo prigioniero della noia e dei crampi alle mani. Aveva contato in quattro ore 728 macchine e visto sfrecciare 558 fra scooter e moto di varia cilindrata. Era rimasto intossicato da 631 camion e aveva visto ben 374 ciclisti a un passo dalla morte per arrotamento (anche se tutti nell’apposita corsia).

Il giorno dopo la noia giocò d’anticipo. Dopo un’ora il rilevatore non ne poteva più e anche le gare non gli erano di alcun sollievo. Aveva già provato con una mano sola, con un occhio chiuso e a mani invertite sulla testiera, quando decise di alzarsi e andarsi a fare un caffè. Al termine delle quattro ore il contatore era fermo all’incirca sulle stesse cifre del giorno prima. Quando si dice la combinazione.

Per le due settimane successive il traffico registrò valori incredibilmente costanti. Ogni mattina il rilevatore arrivava di buon’ora, sbatacchiava un po’ sui tasti, al massimo una mezzora, e se ne andava al bar o a farsi una passeggiata in un giardinetto là vicino, dove finì per essere coinvolto in alcune delle più spettacolari partite di calcio del rione (ancora lo ricordano come "il matematico"). Al termine delle due settimane di contratto andò a consegnare i risultati della rilevazione e si prese i suoi soldi.

Il Piano anti-traffico comunale fu redatto in base a criteri assolutamente scientifici. L’Assessore stesso decise di basarsi come punto di partenza proprio sul flusso di traffico del centro, storico punto debole dell’intera viabilità cittadina. Nessuno si stupì del fatto che due anni dopo, nonostante i tanti soldi spesi in campagna elettorale, ricevette pochissime preferenze.

vaìa


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venerdì, 04 luglio 2003
::: segnalazioni

PADREMADRE
Volete diventare madri/padri modello? Pensate che in fondo un frugoletto non cambi la vostra vita?

Chiedere, per credere, a Piccola Canaglia...

vaìa


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giovedì, 03 luglio 2003
::: racconti

UNA VITA COME TANTEterza puntata

L’appuntamento è per le otto spaccate, davanti alla casa di Super. Destinazione: l’ufficio della Moro Assicurazioni, dove il supereroe si accinge a tornare dopo una lunga assenza.

L’abbigliamento di Super è quello di sempre: tuta rossa, mantello rosso, stivali di gomma lucida (rossi) e mascherina nera. Pazzagli lo guarda dubbioso, ma davanti alle insistenze del superuomo decide di accontentarlo e di non costringerlo ad abbandonare ancora il suo abbigliamento tradizionale. D’altra parte, era prevedibile che Super non fosse ancora in grado di liberarsi della sua ingombrante identità di supereroe; Pazzagli era convinto che fosse un passaggio ineluttabile della terapia.

Imprevista invece è l’ostinazione con cui Super insiste per andare a lavoro volando e tenendo sotto braccio il suo analista, come un bebè portato dalla cicogna. Pazzagli ribadisce categoricamente che farsi trasportare in volo è assolutamente fuori discussione. Dopo oltre dieci minuti di preghiere e lamentele, davanti a un Pazzagli del tutto indifferente, Super decide di lasciar perdere. A lavoro ci andranno in tram.

Il tragitto è un incubo per entrambi, ma soprattutto per tutti gli altri passeggeri, che sgomenti non riescono a togliere gli occhi di dosso dalla strana coppia salita alla fermata di Piazza Statuto. Uno distinto, giacca e cravatta, con l’ombrello (c’è un sole che spacca le pietre) e un elegante ventiquattrore di cuoio marrone. L’altro precipitato da Marte, vestito come una persona perlomeno stravagante, tutto rosso in viso e con lo sguardo allucinato.

Super suda copiosamente. La vicinanza di tante persone che lo fissano lo mette a disagio. D’altra parte se è mai esistito un supereroe timido quello è proprio lui, che è sempre sfuggito a ogni celebrazione pubblica per rintanarsi sulle cime più alte dei palazzi cittadini. Ma quelli erano altri tempi, i primi, quando per ogni missione portata a termine con successo trovava sindaco, assessori e banda dei carabinieri ad accoglierlo davanti a centinaia di persone impazzite di gioia. Col tempo il sindaco non è più venuto. Gli assessori hanno iniziato a mandare solo qualche biglietto di congratulazioni e la folla festante si è ridotta a qualche ubriacone perditempo. La routine, insomma.

In piazza Vittorio una vecchietta lo spintona con cattiveria, avvicinandosi con passetti rapidi e decisi verso l'uscita. Alla classica domanda "Scende?" l'ansia di Super supera ogni limite supereroicamente accettabile. Spinta da parte la vecchia, forza con il minimo sforzo le porte pneumatiche e balza giù dalla carrozza in corsa. Pazzagli, troppo sorpreso per reagire, guarda rassegnato la sua figura immobile sul marciapiede, sempre più piccola. (segue...)

vaìa

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::: racconti

PENSIERI BOEMI

“Mi trovo sulla piattaforma di questo tram e sono nell’incertezza più totale riguardo alla mia posizione in questo mondo, in questa città, nella mia famiglia…”. Si scoprì a leggere quella frase per la quarta volta, come ipnotizzato. Una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra, l’attacco di quel breve racconto gli pareva quanto mai azzeccato per descrivere il proprio stato d’animo. La soffocante sensazione di camminare per la propria strada e non sapere esattamente dove dirigersi. Di alzarsi, andare a lavorare, svolgere le commissioni di ogni giorno e accorgersi all’improvviso che insieme a te c’è un’ombra che ti segue e che ti rivolge una domanda che preferiresti evitare: “Buongiorno, saprebbe dirmi che senso ha quello che sta facendo?”. E quando l’ombra parla sono sempre casini, soprattutto perché non si sa che cosa risponderle.

Sono nell’incertezza più totale riguardo alla mia posizione in questo mondo… Rise. Non lo voleva ammettere, ma gli era venuta un’ansia terribile e gli sembrava del tutto assurdo star male per le parole buttate là da un cecoslovacco malaticcio più di novant’anni fa. Altro che ombre! Aveva bisogno d’aria. Di scatto si alzò dalla poltrona e corse sul balcone di casa. C’era vento e l’odore della sera gli sbatté in faccia con una cattiveria che non s’aspettava. Nell’incertezza più totale… Forse era eccessivo. Dei punti fissi li aveva. Un lavoro, una casa, una famiglia… forse un figlio, chi lo sa, fra qualche tempo.

Tutto perfetto… però… però l’ombra aveva iniziato a parlare e lui si sentiva preda di un’indecisione senza limiti. Temeva di aver compiuto scelte sbagliate. Era sicuro di comportarsi in modo inadeguato alle circostanze. Sapeva di non essere mai stato riconosciuto per quel che valeva realmente. Peggio! Incominciava a credere di non valere nulla e di essere stato sempre sopravvalutato… Avesse almeno avuto la capacità di descrivere i propri sentimenti con la spietata precisione di quel racconto. Poche parole chiare per un oceano di dubbi e inquietudini. Almeno avrebbe avuto l’inespugnabile certezza di poter urlare in faccia a tutti: “Eccomi, sono qua! Sono io e so esattamente qual è la mia posizione nel mondo!”.

Si avvicinò alla ringhiera del balcone e si sporse in avanti, ben oltre la balaustra, per respirare a fondo l’aria fredda di quella serata limpida e senza nuvole. D’improvviso l’immagine di se stesso adagiato alla ringhiera del suo balcone e intento ad aspirare come un mantice dai polmoni gli parve irresistibilmente comica. Rise di nuovo, ma questa volta senza amarezza. Sarebbe stato veramente il massimo se qualcuno dei suoi vicini si fosse affacciato in quel momento: “Buona sera signora Corsico… Sì, lo so cha siamo al sesto piano, ma non mi butto… stia tranquilla! Prendo aria, finisco di farmi una sega mentale è torno dentro… Arrivederci!”. Chiuse gli occhi e si tirò su lentamente, La ringhiera cedette all’improvviso e si ritrovò nel vuoto, da solo e senza ombre. Per qualche attimo gli parve una situazione assolutamente kafkiana.

“Mi trovo sulla piattaforma di questo tram e sono nell’incertezza più totale riguardo alla mia posizione in questo mondo, in questa città, nella mia famiglia. E non saprei indicare neppure approssimativamente quali pretese potrei aver ragione di avanzare in un senso o nell’altro. Non posso nemmeno giustificare il motivo per cui io mi trovi su questa piattaforma, mi aggrappi a questa cinghia e mi faccia trasportare da questa vettura, per quale ragione la gente si scansi davanti a essa oppure cammini imperterrita, o si fermi davanti alle vetrine… Nessuno me lo chiede, ma questo non significa nulla […]”.

Da Il Passeggero, Franz Kafka, 1908

vaìa

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mercoledì, 02 luglio 2003
::: segnalazioni

ricevo e pubblico volentieri questo post...

UNA FIRMA PER AMINA
Il Tribunale supremo della Nigeria ha ratificato la condanna a morte per lapidazione di AMINA; ha solamente posticipato l'esecuzione di due mesi per permetterle di allattare il suo bambino.

Trascorso questo termine la sotterreranno fino al collo e l'ammazzeranno a sassate, a meno che una valanga di dissensi non riesca a dissuadere le Autorità Nigeriane.
Amnesty International chiede appoggio tramite una raccolta di firme nelle sue pagine web. Una campagna di firme come questa salvò in passato un'altra donna, Safiya, nella stessa situazione. Sembra che per AMINA abbiano ricevuto pochissime firme.

Contatta subito: www.amnistiapornigeria.org o www.amnistiaporsafiya.org e firma per AMINA

SE PUOI, ADOTTA QUESTO POST SUL TUO BLOG



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martedì, 01 luglio 2003
::: ciao core

CHE TEMPO FA
Fa caldo. Da televisioni, radio, giornali ci martellano con il caldo. E fa ancora più caldo. Ondate eccezionali, temperature tropicali, bolle d’aria calda di origine sahariana. E fa ancora più caldo. Gente che fa il bagno nelle fontane, gente che suda, che si disseta in ogni telegiornale. E fa ancora più caldo.

Poi uno torna a casa e angosciato dagli eventi e dal rimbombo delle tante iperboli catastrofiste sentite durante il giorno e accende ogni ammennicolo che gli permetta di muovere un po’ aria. Ventilatori e condizionatori in genere. E poi rimane al buio. O fermo negli ascensori. O bloccato nella metropolitana. Al caldo. Perché c’è lo shock energetico, il ritorno agli anni Settanta, la grande crisi del petrolio, le centrali cha mancano, interi quartieri che si spengono come candeline sulla torta della comune idiozia. Con l’unico vantaggio di non sentire i pappagalli del malaugurio gracchiare dai vari Tg.

Ma c’è una speranza. Sottoposti alla privazione forzata di luce e al calore estremo di questi giorni i cervelli della classe dirigente si mettono in moto e un unico grande grido si leva dai telegiornali e dai quotidiani di regime. L’idea per il futuro… IL NUCLEARE! In pratica ridurre la propria voglia di fresco “qui e ora” a un accumulo senza fine di rifiuti e scorie dalla vita plurimillenaria.

“Basta con i falsi moralismi da ambientalisti viziati! – urlano i neopositivisti – Abbiamo il Superphoenix a pochi chilometri… cosa volete che cambi?”. Cambia, cambia. Eccome se cambia. Abbiamo ancora da smaltire le scorie delle centrali bloccate dal referendum di vent’anni fa e già vogliamo indebitarci per il futuro? Speriamo che in Francia non scoppi nulla e consoliamoci con l’immagine di una Parigi piena di barre d’uranio… e al caldo.

Intanto, in attesa di un qualche deus ex machina regna sovrana l’intelligenza dei nostri gestori di energia. Quando non lo sa nessuno la staccano senza preavviso. Quando tutti sono pronti per la guerra e con l’elmetto in testa… non staccano più nulla. Un consiglio. Va bene l’elmetto e la mimetica, ma infiliamoci in tasca anche una bella torcia a pile. Non si sa mai.

vaìa


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Gomma libro

La versione di Barney
La versione di Barney
di Mordecai Richler

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