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» 33 anni, sposato con una splendida psicologa e babbo di uno jacopino doc, Gommaweb è attivo sulle scene del capoluogo subalpino dal lontano 1973.
Nato a Firenze ma torinese d'adozione (orrore!), Gommaweb è fisicamente simile a Raul Bova (dall'alto), Robert Redford (di nuca) e Jovanotti (quando canta). È alto 1 metro e 84, calza il 44 di piede e pesa circa 78 chili.
Possiede un bel paio di occhi azzurri e i suoi capelli, corti e castani, stanno con sua somma rabbia mostrando le prime tracce di "sale e pepe".
» Di mentalità vincente, dedica la sua passione sportiva alla squadra della sua città natale, la Fiorentina, tornata alla grande
in serie A dopo una rincorsa stratosferica.
A Torino, scarta subito l'idea di tifare per i Ladri a strisce e si infatua dei granata, che dopo un passato glorioso militano purtroppo in serie B.
Gli amici lo definiscono "il masochista dello sport "
» Nel 1998 si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi su "L'immagine della droga sui quotidiani italiani degli anni Settanta".
Durante la discussione il controrelatore gli grida: "Va a lavurà, drugà!" e lo caccia.
» Dopo la laurea e un lavoro casuale in banca, trova brillantemente posto come addetto stampa di una software house della PA piemontese.
» Tra le sue collaborazioni più riuscite: Narcomafie, L'Indice dei Libri del Mese, l'Ufficio Stampa del Gruppo Verdi e Democratici del Consiglio Regionale piemontese e l'Ufficio Stampa del Gruppo Abele di Torino.
Iscritto all'albo dei giornalisti del Piemonte, Gommaweb collabora con alcune testate di informazione, fra cui questa e questa.
» Le sue passioni:
- i libri (gialli per lo più)
- il cinema (non sentimentale!)
- la scrittura
- il footing
- il calcio a cinque (in porta)
» Top five film:
0) Ritorno al Futuro I, II e III (uber alles)
1) Blade Runner
2) Momenti di gloria
3) Frankenstein Jr
4) Tutti gli uomini del Presidente
5) La vita è bella
» Mangia volentieri:
- insalata di riso
- costata alla fiorentina
- pasta al forno
- guacamole (quello della "zia")
- tiramisù (cioccolato a
scaglie e non in polvere).
Mangia da un anno e mezzo:
- pochi dolci
- molto riso in bianco
- molte insalate
» Top five musica:
0) Fabrizio (uber alles)
1) Franco Battiato
2) Francesco De Gregori
(ma senza la Marini)
3) Paolo Conte
4) Giorgio Gaber
5) Keith Jarret.
» Top five Tv:
1) Santoro
2) Dandini & Guzzanti
3) Angela's Family
4) La Storia in prima serata
5) Sfide
» Top five scrittori gialli:
1) Sir Arthur Conan Doyle
2) Andrea Camilleri
3) Carlo Lucarelli
4) Loriano Machiavelli
5) SS Van Dine
» Ristorante preferito: Da Bibe, Scandicci, Firenze
» Cosa detesta? L'ignoranza, l'arroganza del potere e la juventus.
UNA VITA COME TANTE - seconda puntata
La nostra storia comincia durante l’ultima seduta analitica che Super tiene con il prof. Pazzagli. Il dottore è contento. È soddisfatto per il proprio lavoro, perché quel giorno comunica a Super che ormai è tempo di lasciarsi indietro la vita da supereroe per tornare al mondo di tutti i giorni. Il suo percorso è finito e ora deve farcela da solo.
Ma Super non è ancora sicuro. Ascolta con attenzione le parole del suo analista, dapprima sorpreso, e poi via via più cauto e terrorizzato. Il panico lo sorprende come una secchiata di’acqua ghiacciata allo stomaco. Cerca di distrarsi, di non ascoltare più quello che Pazzagli gli sta dicendo. Il professore parla e Super guarda mensole e soprammobili. Legge le costole dei libri con la sua super-vista e ascolta la musica che proviene dagli altri appartamenti con il suo super-udito.
Più di una volta deve tenere a freno il proprio istinto da superuomo per non lasciare la seduta e correre in aiuto di qualche persona in pericolo: fa per alzarsi e volare via dalla finestra e riesce a restare inchiodato sulla sedia solo con un estremo atto di volontà (per altro non notato da Pazzagli, che continua a parlare come un fiume in piena).
Dopo qualche minuto il peggio è passato. La cantilena dell’analista, ricca di frasi seducenti e cariche di confortanti prospettive per il futuro (“avrai di nuovo una casa tutta tua Super…” oppure “pensa che bello tornare a lavoro, Super…”), lo avvolge totalmente e nel giro di qualche minuto Super si lascia cullare dolcemente, come un serpente addomesticato dal flauto del suo fachiro. Alla fine l’ottimismo lo travolge. Super si fa contagiare dall’entusiasmo di Pazzagli e si convince che il momento tanto atteso è giunto: tornerà uno qualunque. Non ci sono più dubbi. Non c’è più alcun motivo per avere paura.
Al termine della seduta l'analista e il supereroe si abbracciano commossi e si mettono d'accordo su come affrontare il primo giorno da uomo normale dopo tanti anni. Decidono che il primo passo sarà quello di tornare al vecchio lavoro di assicuratore, che Super ha lasciato mettendosi in aspettativa un paio di anni fa (miracoli della flessibilità... chi toglierebbe mai il posto a un supereroe?). Il prof. Pazzagli però resterà con lui tutto il giorno. Il ritorno alla normalità, infatti, dovrà avvenire gradualmente: per timore di un cambiamento troppo brutale Super decide che per il momento continuerà a indossare tuta, mantello e mascherina. (Segue...)
vaìa
UNA VITA COME TANTE - prima puntata
Premessa
Questo è il soggetto di un cortometraggio mai girato. Una delle tante idee venute a un gruppo di amici forse troppo pigro o incasinato per portarla a termine. Ho deciso di proporla qua a puntate, un po' al giorno (direi un quattro-cinque in tutto), nonostante il suo carattere essenziale e non troppo romanzato. Gli autori? Tre li conoscete già: il sottoscritto (che l'ha scritta in una serata, in preda alla sindrome "orson welles": sognando cioè una messe di Oscar e David di Donatello...), Axell (che dire di lui... ieri sera è riuscito a farsi versare un mohito nelle scarpe...) e FlatMax (avrà fumato 1000 sigarette nelle nostre riunioni folli). Il quarto è Pino, il grande Pino, ristor-attore dei più rinomati. Questo corto non si è fatto, ma non è detto che non se ne facciano altri. Io non ho perso la speranza. Certo che se in futuro ne compariranno altri soggetti, ahimé, vorrà dire che avremo toppato un'altra volta.
ps
Se qualche regista vuole comprarlo a peso d'oro... mi chiami pure!
Super è un supereroe stanco e depresso, in cura da due anni circa è in cura presso un analista adleriano, il Dott. Jacopo P. Da quando ha scelto di diventare un supereroe, infatti, la vita di Super si è trasformata lentamente, giorno per giorno, in un incubo.
Oh certo, all’inizio era tutto perfetto. Dopo aver scoperto di possedere poteri sovrumani, dieci anni fa circa, aveva compiuto un importante percorso di crescita interiore e aveva deciso di aiutare il prossimo dandosi senza tregua alla lotta contro il crimine. Orari, impegni privati, sentimenti… in un istante Super aveva capito che niente avrebbe avuto più significato per lui se non combattere il male. E da quel momento vittorie a raffica, decine di delinquenti assicurati alla giustizia, masse di genti festanti, donne bellissime che cadevano ai suoi piedi implorando una notte d’amore. E lui, bello come il sole, che ogni sera si fermava sul tetto del palazzo più alto della città, a guardare soddisfatto il tramonto.
Questa ubriacatura di potere è durata per otto lunghi anni. Con tempo però Super ha scoperto l’altro lato della medaglia: la totale e implacabile assenza di una vita “normale”. Non poter cioè uscire di casa, presentarsi al lavoro di un tempo (era un ottimo assicuratore), fare la spesa o intraprendere una qualsiasi delle tante attività giornaliere senza interrompersi per cimentarsi in qualche salvataggio ai limiti del possibile. Di rapporti sentimentali manco a parlarne: tante donne, ma nessuna che voglia davvero condividere la propria vita con lui a causa del troppo stress a cui verrebbe sottoposta.
Addirittura, negli ultimi anni non riesce più neanche a togliersi la maschera. I suoi interventi in difesa del prossimo si susseguono senza sosta e la sua vecchia identità è andata via via scomparendo, tanto che nemmeno lui si ricorda più chi era un tempo. Tutto quello che desidera (alzarsi la mattina, lavarsi e andare al lavoro… come tutti) gli è irraggiungibile. Lo slancio eroico dei primi tempi ha lasciato il posto a un meccanico ripetersi di azioni sempre uguali. La routine del superuomo ha distrutto ogni suo residuo entusiasmo e quando si è scoperto a vomitare dal tetto del palazzo più alto della città ha deciso di chiedere aiuto e si è presentato alla porta del dott. Pazzagli. (Segue…)
vaìa ![]()
187
Giorno 1
- Buongiorno 187, sono Michaela in cosa posso esserle utile?
- Salve… mi chiamo Jacopo P. e chiamo perché mi si è guastata la linea telefonica. Fino a ieri tutto ok, poi stamattina alzo la cornetta e non c’è più segnale…
- Capisco, il numero di telefono?
- 011.xxxxxx
- Bene, entro 48 ore dovrebbe essere tutto a posto.
- Ottimo! Ma ha idea da cosa potrebbe essere causato?
- Temporali… lei non ha idea di quante chiamate abbiamo avuto dalla zona di Torino!
- Ah… arrivederci.
- Arrivederci e grazie per aver chiamato il 187.
Il Signor P. riattacca perplesso. A Torino non piove da una decina di giorni.
Giorno 2
Niente telefonate. Niente Internet. Il Signor P. controlla il telefono ogni dieci minuti, nella speranza che riprenda a funzionare. Decide comunque di richiamare il 187 il giorno dopo, alla scadenza delle 48 ore regolamentari.
Giorno 3
- Buongiorno 187, sono Roberto in cosa posso esserle utile?
- Buongiorno… guardi, sono in attesa di una riparazione della mia linea… mi avete detto che entro oggi sarebbe tornato tutto a posto, ma il telefono è ancora staccato.
- Numero di telefono?
- 011.xxxxxxx…
- Sì, ci risulta. Guardi, facciamo così… mando un sollecito! Entro domani sarà sicuramente tutto a posto.
- Sì ma l’altro ieri mi avevate detto 48 ore!
- Sì… ma che vuole, con tutti questi temporali!
- …
Giorno 4
- Buongiorno 187, sono Debora in cosa posso esserle utile?
- Telefono rotto!
- Ha già fatto una segnalazione?
- Sì!
- Numero dell’apparecchio?
- 011.xxxxxxx.
- Sì, vedo. Strano che non l’abbiano ancora riparato. Di solito garantiamo l’intervento entro 48 ore…
- Già!
- Faccio un sollecito, va bene? Aspetti che entro stasera la mettiamo in ordine.
- Come no!
- D’altra parte… con tutta sta pioggia abbiamo accumulato un po' di ritardo.
L’uomo guarda fuori dalla finestra. È una meravigliosa giornata d’estate. Manco una nuvola. Nel dubbio decide di richiamare ancora in serata, per un altro sollecito.
Giorno 5
- Buongiorno 187, sono Carla in cosa posso esserle utile?
- Voglio fare un reclamo ufficiale!
- Capisco, ma questo è il 187, non l’ufficio reclami…
- Ok, allora mi dia il numero dell’ufficio reclami!
- Motivo della lamentela?
- Linea rotta da 5 giorni STOP Garantitami assistenza mai giunta STOP Comunico gran rottura di balle STOP .
- Capisco… Ha già fatto dei solleciti?
- Quattro volte!
- Strano… di solito garantiamo la riparazione in…
- … 48 ore!
- Bravo! Non mi resta che fare un altro sollecito allora.
- Ok, ma nel frattempo mi dà il numero dell’ufficio reclami?
- Posso darle solo il centralino della sua zona. Non ho l’interno…
- Va bene! Mi dia quello…
- 011.xxxxxxxx
- Grazie…
- A lei, e grazie per averci chiamato.
- ... (troia!)
Ore 17. Altro numero. A tariffa piena del cellulare…
- Buongiorno, è l’ufficio reclami della Telecom?
- No… ha sbagliato numero!
- Ma me lo ha dato il 187!
- E io che posso farci!
- Va bene, può passarmi comunque l’ufficio reclami?
- È chiuso. Sono le cinque!
- Ah, capisco.
- Cos’è per un guasto?
- Sì.
- Allora dia retta a me… fa prima a chiamare il 187!
- …
Giorno 6
- Buongiorno 187, sono Mario in cosa posso esserle utile?
- Senta so che lei non c’entra nulla… ma non so con chi prendermela. Sono 6 giorni che ho il telefono di casa rotto!
- Ma và?
- Sì… ora VOGLIO che qualcuno me lo ripari. È chiaro?
- Numero?
- 011.xxxxxxx…
- Guardi che a noi non risulta alcun guasto! La chiamata di assistenza è stata chiusa.
- Come chiusa?
- Eh sì, ieri mattina.
- Sì, ma il telefono mica mi funziona!
- Ehm… capisco. Provo a risollecitare la cosa allora.
- E così sono cinque!
- Prego?
- Lasci stare. Arrivederci.
Ora ne è certo. Il signor P. sa che non avrà mai più il suo telefono di casa. È inutile. È come sbattere la testa contro un muro di gomma, in attesa che si rompa e tu possa finalmente parlare con qualcuno che non ti risponda leggendo frasi fatte sul monitor di un computer. Roso dal dubbio stacca e riattacca con cura tutte le prese telefoniche di casa. Niente da fare. Tutto tace.
Giorno 7
Squilla il cellulare.
- Pronto sig. P.?
- Sì?
- Sono il tecnico della Telecom.
- … (È impossibile. I tecnici Telecom sono figure mitologiche in realtà mai esistite).
- Guardi che abbiamo controllato la centralina della sua zona e tutto ci risulta in regola? A lei il telefono non funziona ancora?
- No…
- Allora devo venire da lei. È in casa adesso?
- Sì…
- Arrivo.
Suonano alla porta. Il tecnico sale, individua la presa principale della casa. La sfila, la rimette e come per magia il telefono torna in vita. Il signor P. non sa se piangere o ridere. Guarda il tecnico come un Messia. Probabilmente, pensa, se ne andrà via camminando sulle acque.
- Ma se proprio ieri avevo fatto la stessa cosa? – chiede perplesso il Sig. P.
- Che le devo dire… sono le stranezze di questo mestiere. Ma non creda di essere l’unico.
- Ah no?
- No. Lo dico a tutti è stata tutta colpa di questi maledetti temporali! Arrivano, squassano tutto e nove su dieci ti giocano brutti scherzi come questo.
Il signor P. aspetta che il tecnico se ne vada e richiude la porta alle sue spalle. Sono le sei di sera ma il caldo è ancora implacabile. Si riempie un bel bicchiere di succo di frutta gelato ed esce sul balcone, a prendere un po’ di sole.
vaìa ![]()
AMORE DI SECONDA CLASSE
LUI - L’uomo non riesce a smettere di osservarla. Fintamente disattento, lo sguardo obliquo, nota i particolari un po’ per volta. Seduta al suo fianco, la ragazza è tutta intenta a leggere un libro e ogni tanto guarda fuori dal finestrino. Indossa una canottierina aderente, di un acceso colore azzurro. I capelli, raccolti in una lucida coda di cavallo, sono neri e folti. Da affondarci il viso dentro, solo per poterne sentire l’odore.
Sfoglia meccanicamente una rivista, ma lo sguardo si scontra contro la limitatezza del suo campo visivo. Così non va bene, deve spostarsi. Simulando indifferenza, sbuffa e sposta il peso del suo corpo sulla coscia destra. In questo modo può accavallare le gambe e guadagnarsi ancora un due-tre centimetri di panorama. Ecco fatto, l’osservazione riprende. La ragazza indossa sandali minimalisti. Ha le unghie dei piedi deliziosamente laccate di un rosso rubino e la sua pelle, se ne rende conto solo ora, è abbronzata, dello stesso colore di un biscotto appena sfornato. Sulla spalla, un amorino tatuato fa capolino con il suo piccolo arco.
L’uomo si rilassa. Si sente bene, in forma, sorprendentemente affascinante. L’aria condizionata dello scompartimento è al minimo, ma sente di non avere neanche tanto caldo. Si fa coraggio. Assecondando con il suo corpo i movimenti del treno lascia che il suo braccio scivoli sulla poltrona. Il suo gomito sfiora quello della ragazza. Lei non si muove. Che sia un invito?
LEI - “Porco figlio di puttana. Dai guardami i piedi adesso! Mi hai già fatto la radiografia, mi hai girato e rigirato ai raggi x e adesso ti permetti anche di guardarmi i piedi. E io che ho sempre odiato indossare i sandali… mi mettono a disagio! E poi questo smalto rosso… Non lo avessi mai messo… Accidenti a Roberta e alle sue lezioni di femminilità. Guardalo lì come sbava…
E adesso che combina? Ho capito! fa finta di sedersi più comodo e intanto si avvicina. Avrà visto il mio finto tatuaggio e sarà andato ancora più su di giri… EHI MEZZO SCEMO? È FINTOOOO! E poi… mio Dio!… quant’è sudato! Trasuda caldo… sembra un termosifone impazzito. Ehi, ma… OH CRISTO! MI STA TOCCANDO! Sfiora il mio gomito con il suo! E ora che cazzo faccio? Mi alzo e urlo… Ma no, meglio di no… siamo in quattro qua dentro… cosa vuoi che succeda?
Sto calma, mi faccio forza, cerco di non pensare al suo corpo sudaticcio che sfiora il mio, lascio passare questi dieci minuti che mi separano da Milano… e poi via! Certo che… Cazzo! se scende a Milano pure lui sono fritta. Mi ci vedo già… «Lasci che l’aiuti signorina! Dia a me la borsa!». E ci ritroviamo insieme sulla pensilina... Il sudaticcio e la mezza nuda (c’avessi almeno messo un golfino su sta’ moglietta striminzita)... Merda! Mi toccherebbe pure ringraziarlo. E se lo prendesse per un invito?”
vaìa ![]()
Rieccomi nela bela Turìn... dopo aver lasciato la vista del Duomo di Fiorenza... devo dire che quella di piazza Chironi ieri sera m'ha stroncato!
A presto nuove, vaìa ![]()
ANDIAMO A CASA
Domani parto per tornare a casa. Non se ne abbiano a male i torinesi, da sempre gelosi della loro educata città come di una donna riservata e a modo. Ma quando penso a casa penso a Firenze, alla città dove sono nato e che mi ha ospitato materna e splendida nella sua lontananza ogni estate della mia fanciullezza. Ad attendermi ci sarà mio nonno Giovanni, ex appuntato della Guardia di Finanza nato in un piccolo paese vicino Napoli il primo febbraio del 1913, novant’anni fa.
Se la mia vita fosse un film (mi sa che leggo troppo Lucarelli...), il primo ricordo di mio nonno sarebbe una scena ambientata alla stazione di Firenze. Io vi arrivo con mia madre. I treni sono quelli della fine degli anni Settanta (grigi o bordeaux, con i sedili in finta pelle marrone a cui d’estate si rimane appiccicati come a un lenzuolo bagnato). I nostri vestiti impregnati di un odore forte e penetrante di metallo, venuto su dalle maniglie, dai supporti per i bagagli e dalle porte. Un sapore di ferro rancido che ti rimane addosso, invadente, tanto che a casa devi sfregarti forte le mani e il viso col sapone.
Quando si entra a Firenze la città si mostra poco a poco, con le sue case più periferiche. Quelle di Novoli, dei quartieri tirati su durante il boom del dopoguerra. Il panorama è costellato dalle farmate virtuali della mia memoria di ragazzo: Firenze Rifredi – La Centrale del latte Mukkilat – Piazza Dalmazia (con la Standa e l’immancabile voce di mia madre: “Guarda, là ci lavora la zia Patrizia”). E case, case piccole, al massimo di due piani, che ti scortano dolcemente verso il cuore della città.
E lei non si fa attendere. Appare all’improvviso, con la sagoma grande e familiare del Duomo (un enorme seno rinascimentale puntato verso il cielo) e con il campanile marrone di Santa Maria Novella. E sulla pensilina, ad aspettarci, mio nonno. Fermo in fondo ai binari con quel suo piglio da militare in pensione (cappello e schiena dritta), pronto a caricarsi di tutte le borse per affrettarsi deciso verso la macchina. Una presenza solenne. Forte e solido come un totem di roccia, ai miei occhi di bambino mio nonno era un dolmen che sapevo essere piantato all’altezza del binario sette dal momento in cui mettevo piede sul treno a Torino. Era una certezza assoluta come il giorno e la notte: partivo e sapevo con certezza che sarei arrivato sano e salvo, perché lui era già lì a far sì che non succedesse nulla.
Mandando avanti il nastro di questi ultimi trent’anni, molte cose sono cambiate. I treni sono diventati più moderni e sono stati ribattezzati con termini inglesi che sanno di efficienza e modernità (Intercity… Eurostar…), anche se spesso i ritardi sono rimasti gli stessi (però si chiamono delay…). Firenze Rifredi è sempre là, come anche la Mukkilat. La Standa è diventata una catena di abbigliamento, ma mia zia ci lavora ancora. Ma il dolmen di pietra è stato rimosso. Con gli anni è diventato sempre più basso e curvo. I suoi occhi hanno perso progressivamente luce e attenzione e mentre iniziavo a preoccuparmi un bel giorno non l’ho più trovato ad aspettarmi. Era diventato troppo vecchio per guidare nel traffico cittadino. Troppo lento nel frenare e con troppa poca voglia di evitare quei micidiali due ruote che a Firenze ti sfuggono da ogni lato come dei caccia intorno a una fortezza volante.
Adesso rimane ad aspettarmi a casa, preparando da mangiare (tagliatelle al ragù e una bella costata alla griglia). Qualche fermata di 23, o una mezz’ora a piedi se non farà troppo caldo, e potrà raccontarmi delle ultime litigate con i figli e delle sue preoccupazioni da vecchio. Andremo insieme a portare fiori freschi sulla tomba di mia nonna e sarà difficile starlo ad ascoltare senza farsi prendere dalla malinconia e senza pensare a tutto quello che i giorni, i mesi e gli anni ci hanno portato via. Ma saremo insieme ancora una volta, (l’ultima? non riesco a scacciare questo pensiero) e nonostante tutto sarà bello immergersi nei nostri ricordi e sentirsi al sicuro come un bambino all’ombra di un’enorme masso.
vaìa ![]()
ESSERE ONESTI?
Il presidente del Consiglio Generale Silvio Custern Berlusconi (come avrebbe detto Paolo Rossi a qualche anno fa) alla fine ce l'ha fatta. La Camera dei Deputati compatta (il centro sinistra era uscito dall'aula per protesta) ha votato il cosiddetto Lodo Maccanico e ha virtualmente chiuso il processo Sme.
Prima di chiudere le trasmissioni odierne in segno di lutto per l'attentato alla democrazia che sento di aver subito... un invito. A tutti i delinquenti d'Italia: entrate in politica, diventate alte cariche dello Stato. Pedofili, stupratori, mafiosi (ops quelli ci sono già...), ladri, truffatori (ops... già visti), assassini fate come il nostro Presidente del Consiglio... seguite il suo fulgido esempio.
Ma soprattutto prima fate un po' quel che cazzo vi pare... tanto ci sarà sempre il modo di non pagare i propri debiti. Noi italiani (non tutti per fortuna) siamo sempre stati così fantasiosi! W l'Italia! W il Presidente Berlusconi! W l'immunità cerebrale!
vaìa ![]()
L’APPARENZA CONFERMA
Mi ha affiancato in corso unione sovietica. Bello come il sole sulla sua Audi TT verde metallizzato decappottabile (aperta…) con interni in pelle (marrone…). Il suo vestito all’ultimo grido era perfetto. Un mix di ricercatezza e finto scazzo. Guardava fisso davanti a sé e mi sembrava distante anni luce. Eppure ero là a pochi centimetri da lui, con la mia Punto (nera e senza condizionatore) e il mio povero corpo ridotto a un ammasso di carne accaldata.
Avrà avuto i miei anni. Una trentina non di più. Osservandolo, mi sono trovato a chiedermi che lavoro facesse per essere tanto simile a me, eppure così diverso. Senza accorgermene devo aver parlato ad alta voce, perché l’ho visto sorridere leggermente, scuotendo la testa.
«Spaccio…» - mi ha risposto guardandomi negli occhi, sicuro – «ogni pomeriggio dalle 17 alle 24 nei locali in della collina…».
«Ah…, no scusa… non volevo mica…»
« Dai… non sei mica il primo. Ma guarda, nessun problema… lavoro alla luce del sole. Ho anche la partita iva».
Quando il semaforo è tornato verde è partito deciso, ma senza sgommare. Da vero signore. E mi ha lasciato là a farmi suonar dietro dagli altri automobilisti in coda, bloccato e stupito dalle sue parole. Mi sembrava impossibile che avesse detto sul serio. Eppure la macchina parlava chiaro. Tanta ricchezza voleva sicuramente dire cocaina. Scemo io e il mio stupido lavoro. Con il “fumo” non sono mai riuscito a permettermi di più di una Punto (nera e senza condizionatore).
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METAMORFOSI DI PANETTERIA
Sono sopravvissuto. Ho ceduto... senza alcuna dignità. Ho mangiato, bevuto (un misto rosso rubino di spumante e qualche altro colorante casualmente finito nella caraffa), e fatto discorsi ameni sugli anni che passano e sulle responsabilità della incipiente vecchiaia. Poi ho lavorato, ho preso lo scooter con la pioggia, fatto benzina. Sono tornato a casa, ho evitato la cena (avevo almeno tre salatini bloccati nell'esofago), visto un pezzo di "Nine months" in mutande (ma quanto era idiota allora l'inglesino grant?) e mi sono addormentato sul divano.
Minchia che tristezza! Ma che si può passare una sera così? In un modo così terribilmente subumano? Addormentarsi in mutande sul divano è quasi peggio di andare la domenica a fare un pic nic sul bordo dell'autostrada per i laghi! Con la ritmo cabrio paguro, ovviamente...
Stamattina svegliandomi mi sono sentito strano. Nei movimenti e nell'aspetto. Davanti allo specchio mi è apparsa l'immagine di un enorme oliva verde con gli occhi, che mi guardava stupita. Ho cercato di scacciarla con le mani, ma le mie dite di gelatina scivolavano sullo specchio del lavello. Le gambe mi tremavano... ma soprattutto mi si sfaldavano... perché si sa... la pastafrolla non è un elemento strutturale dei più saldi... La verità è che mi sono trasformato in un salatino... oh mio Dio... un salatino RIPIENO ALL'ACCIUGA! BLEAH!
Mi sono svegliato tutto sudato sul divano. Mi sono controllato le mani e le gambe. Tutto il regola. In bagno l'oliva dello specchio era sparita. C'era di nuovo la mia confortante faccia di bronzo. Devo smetterla con le feste di compleanno e di matrimonio dei colleghi. Da domani cercherò l'indirizzo di qualche comunità che possa aiutarmi ad uscirne.
vaìa ![]()
SALATINI MON AMOUR
Ci risiamo. Alle 14.00 ora di Roma mi aspettano in ufficio con almeno tre chili di salatini e 10 di pasticceria fresca e secca. Il pretesto questa volta è una festa di compleanno. 28 anni per la festeggiata e almeno 280 grammi (peggio dei nazisti: “DIECI GRAMI PER OGNI PASTICINO UCISO DA ITALIANO, JA?”) per il mio orgoglio di neo-dimagrito.
Ma come faccio a dire di no? A parte il discorso: “ma non mangi neanche questi? Guarda che sei sciupato!” (per il quale vi rimando al mio post sugli U.D.L.) è una questione di forza di volontà. L’ho finita. Esaurita. Non ce n’è più, neanche a pregare in cinese (anche se sapessi farlo). E così cederò di fronte ad almeno dieci salatini e altrettanti pasticcini. Come ho fatto un’ora fa al termine di una conferenza stampa che avevo organizzato in Regione. Cederò come ho ceduto ieri, per la festa di matrimonio di una mia collega (mancava solo un martire da sgozzare per sembrare una festa degli antichi romani, tanto era ricca di cibo…). Sic transit gloria mundi! Sono stato cazzuto, per un certo tempo. Consoliamoci così. Salatino m’hai sfidato… e io te distruggo!
vaìa ![]()
A OGNUNO IL SUO…
Ce lo abbiamo avuto tutti. È l’amico o il conoscente fighetto. Quello con i capelli più folti e ondulati dei tuoi. Perfettamente ondulati. Naturalmente e maledettamente ondulati. Quello con il fisico asciutto e atletico in ogni periodo dell’anno, nonostante mangi il triplo di te. Ma quando glielo fai nota ti risponde con naturalezza: “Costituzione”, manco volesse dirti che la sua forma fisica è sancita fra i principi inviolabili dello Stato.
Quello che ha la barba perfetta. Né troppo corta né troppo lunga. Sempre allo stesso livello. Mentre tu quando ti radi sei pieno di bolle tipo e fai tanto lebbroso indiano del diciassettesimo secolo. Quello che fa finta di essere spiantato come te, comunista come te, incazzato come te. Ma poi scopri che mamy e papy gli hanno regalato in ordine: la macchina, la mansarda alla Crocetta, lo scooter, il lavoro da editor o copy in un’agenzia/giornale di amici, la paghetta da 500 euro alla settimana. Tanto lui non ha bisogno di niente, anzi odia i suoi e il loro mondo borghese. È alternativo e vive in una comune con i sandali (clarks) ai piedi.
Tutti lo abbiamo incontrato uno così. Io almeno un paio (sono sempre molto fortunato). Un mio amico lo sta cercando e quando lo troverà lo ucciderà in almeno 100 raffinatissimi modi. Il perché lo sa lui (e io lo condivido, vero Steve?). Come si chiama? Fate voi, qualunque etichetta va bene. Tanto lo si riconosce al volo. Ha un’apparenza così sfrontatamente innocente!
vaìa ![]()
BYE BYE BICI...
Antefatto... oggi a una mia "cara" amica hanno rubato la bicicletta. La mia bicicletta. Passi per l'amica ("cara"), che non posso certo picchiare (magari richiedere i soldi sì però...), ma voglio donare un pensiero al tizio (tossico probabilmente) che con un paio di cesoie modello extra strong ha tagliato di netto una catena assicuratami contro ogni tipo di taglio (da quel porco del ferramenta...).
Caro tizio tossico. Che tu possa goderti la mia bici mentre vai a venderla, finché un camionista psicopatico non ti coglierà di mira per sanare le sue voglie insane di morte e distruzione. Che possa seguirti rombando a tutto gas canticchiando la nona di Beethowen (si scriverà così?) colpendoti leggermente sulla ruota posteriore della bici. La mia bici. Che tu possa cadere, essere travolto e morire con davanti la faccia paonazza e orgasmatica del camionista folle, senza sapere perché.
Il perché te lo dico io. Era una bellissima bici. Piccola, umile, onesta e poco costosa. Una bici di Milanesio (Turin), comprata nel giugno del 2000 con la liquidazione del mio lavoro di allora. Perché era rossa, un po' sbiadita dal sole e dalla pioggia e docile nel cambio e nei freni. Ecco perché. E che mentre lo capisci il camionista possa chinarti su di te fino a farti sentire il suo alito da ubriaco e dirti di andare a ciapare i rat!
vaìa ![]()
CO.CO.CO. DEL MAR
Prendere i clandestini a cannonate?!? Al termine di un'incandescente Consiglio dei ministri centristi, lega e alleanza nazionale si sono accordati. La più poliedrica alleanza politica degli ultimi anni ha deciso sì di combattere per l'Italia e la Brianza, ma risparmiando sul costo dei missili e dei proiettili da obice. I gommoni dei clandestini saranno assaltati all'arma bianca da una muta di cani da caccia in pensione, incaricati di farli scoppiare coi denti prima che raggiungano le coste patrie.
Grazie alla recente riforma Biagi del mercato del lavoro, tutti i cani e i loro addestratori saranno assunti con un contratto di collaborazione a progetto (ex Co.Co.Co.), mirato - si cita testualmente - "all'affondamento di mezzi a motore galleggianti di carattere sgarrupato, provenienti da paesi extraeuropei e diretti verso ogni spiaggia italiana".
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MA SCRIVA UN LIBRO!
- GIORNALISTA ARRIVATO (in sigla G.A., colui che dall’alto della sua esperienza può trattarti come una pezza da pié perché è già stato così magnanimo da riceverti): Mi capisce vero?
- IO: Certo…
- G.A.: Non è così semplice passare in una redazione e chiedere di collaborare.
- IO: Capisco, ma veramente avevo piacere di fare la sua conoscenza.
- G.A.: Grazie, ma questo è un momentaccio. Abbiamo troppi collaboratori e siamo in crisi con il rinnovo del contratto…
- IO: Capisco.
- G.A.: E poi, lei lo sa meglio di me come vanno certe cose…
- IO: Naturalmente.
- G.A.: Ci sono solo tre possibilità!
- IO: Cioè?
- G.A.: O si è figlio e amici di…
- IO: Ah!
- G.A.: O si fa tutta la trafila, si fa la gavetta, da quando si hanno 18-19 anni…
- IO: Ebbé…
- G.A.: Ma lei è ormai un po’ vecchietto per questo.
- IO: Lo ammetto, 30 anni… nel Medioevo si era già nonni a quell’età.
- G.A.: Lo vede che lo sa anche lei…
- IO: Ehm… e la terza possibilità?
- G.A.: Giovanotto… scriva un libro!
- IO: Prego?
- G.A.: Sì… che ne so, il Nuovo Romanzo Italiano…
- IO: Ah, solo?
- G.A.: O un trattato tecnico rivoluzionario…
- IO: …
- G.A.: Qualcosa che la additi come esperto di livello assoluto.
- IO: Sì, però…
- G.A.: Però per questo è un po’ giovane, mi rendo conto. Ha solo trent’anni!
- IO: Eh, praticamente un’infante…
- G.A.: Ma non si abbatta! In fondo anche quello di addetto stampa è un ottimo lavoro! Voi ci fornite il pane del nostro lavoro!
- IO: Sì, quando vi degnate di parlarci per almeno 30 secondi di fila…
- G.A.: Non sia tragico…
- IO: Si figuri…
- G.A.: E poi mi ha detto che ha già avuto molte collaborazioni, si accontenti! Ha persino il tesserino!
- IO: Sì…. non lo metto in dubbio… da un certo punto di vista…
- G.A.: Mica vorrà ancora fare quello che a trent’anni vuol diventare giornalista…
- IO: Noooooooooooooo…………….
- G.A.: Bravo! Allora vada e si ricordi… o è amico degli amici, o fa la gavetta o scrive un libro…
- IO: Vorrà dire che scriverò un libro…
- G.A.: Ah ah ah, pure simpatico!
- IO: Ok, arrivederci allora Dott. P…..i.
- G.A.: Arrivederci… e si ricordi di comprare La Stampa ogni mattina.
- IO: Non mancherò.
Esco dall’ufficio del famoso giornalista de La Stampa. Scendo per gli scaloni del Palazzo di via Marengo. Lo ammetto sono un po’ stordito, ma soprattutto mi sento inutile. Ma che cazzo! Uno chiede di collaborare a gratis (un lavoro già ce l’ho grazie al cielo) e ti rispondono di scrivere un libro! Ma va’ a ciapà i rat te e i libri. Non sono amico o figlio di nessuno (che i miei genitori mi perdonino), non sono un esperto né un novellino, ma cazzarola essere così indecenti mica va bene.
Ho già scritto articoli un po’ su tutto e quando vedrai il mio Nuovo Romanzo Italiano in vetrina in tutte le librerie prova a chiamarmi per chiedermi di collaborare con voi. Un pernacchione sarà il minimo che riceverai! Una risata che ti seppellirà insieme alla tua cravatta ben stirata, alle tue poltroncine in pelle e a quel giornale filogovernativo e brutto come la fame su cui scrivi, che tra parentesi non puoi mai aprire senza rimanere incastrato fra le pagine. Eccheccavolo! Certo che se cambiasse idea, gentile Dott. P.....i, venga qua sul blog, che ne parliamo....
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PC CHE DORME NON PIGLIA BIT
La mia nuova voglia di blog sta combattendo ferocemente con il mio personal computer. Da un po' di giorni infatti si congela mentre lavoro. Smette di muoversi, come se avesse sonno e all'improvviso gli crollasse la testa sul petto in preda a Morfeo (i Dio intendo... non l'interista).
Da domani di nuovo in assistenza, a mettere a dura prova il mio portafoglio e la mia pazienza (ops, una rima). Che mi resta da fare? Continuare a rubare i soldi a lavoro scrivendo da lì... of course! Come faccio a smettere ora?
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COME SEI CAMBIATO
- UNO DI LORO (sigla U.D.L., ovvero amici, colleghi, conoscenti, parenti alla lontana, in pratica tutti coloro che non mi vedono da almeno 3-4 mesi): Ciao,
ma come sei cambiato!
- IO: Grazie, trovi? (ecco ci risiamo)
- U.D.L.: Sì… sei dimagrito un casino! (dai loro occhi si capisce che mi vedono come uno spettro)
- IO: In effetti…
- U.D.L.: Ma stai bene? (lo scetticismo aumenta)
- IO: Sì, guarda… tutto ok!
- U.D.L.: No perché, sembri malato! Davvero… hai cambiato fisionomia… sei pallido… insomma… malaticcio! (eccoci!)
- IO: Grazie, ma sono sano. Sono solo dimagrito. Molto, in effetti, ma ancora nessun cancro. (mi piacerebbe potergli dire il contrario solo per vedere la loro faccia)
- U.D.L.: Ma come hai fatto? Dieta e basta? Pane e acqua? Radici e meditazione?
- IO: Ma no… ho mangiato meno (prima ingurgitavo come un idrovora a dire il vero)… e soprattutto…
- U.D.L.: Sìììììììììììììììììììììììììììììììì? (morbosi figli di puttana!)
- IO: Ho corso come un dannato… tre quattro volte alle settimana per un’ora alla volta.
- U.D.L.: Ma non fumavi?
- IO: Sì ma ho smesso…
- U.D.L.: Ma che bravo! Un po' tardi ma meglio che mai! (invidiosi e portajella!)
- IO: Eggià…
- U.D.L.: Comunque ora basta eh? Riprendi un po’ di chili… se no sembri… (rieccoci!)
- IO: Malato!
- U.D.L.: Ecco! Bravo… vieni a mangiare un hot dog con il chili?
- IO: Mah, sai com’è… sono le 8 e mezza e sto andando a lavoro… magari dopo…
- U.D.L.: Ok… ciao (mi guardano con sospetto… mica si fidano)
- IO: Ciao.
- U.D.L.: E riguardati!
- IO: Non mancherò (toccatine di palle)…
Vi è mai capitato di desiderare profondamente di cambiare voi stessi, il vostro aspetto, il vostro corpo? A me è successo, ma sono sempre stato troppo pigro per farlo. A febbraio ho iniziato. Prima in palestra (ma il padrone è scappato con i soldi… ma questa è un’altra storia… chiedete ad Axell), poi in un parco della mia città (Turin). A correre e fare piegamenti, tre-quattro volte alla settimana, per qualche mese (ora fa troppo caldo giuda porco! Sono tornato ora da correre e credo di essere morto, ma senza essermene ancora accorto).
In cambio sto scoprendo taglie che non avevo mai indossato. E il piacere di correre in scooter senza sentire la pancia che traballa a ogni sobbalzo. E per cosa? Per tirarmela? Lungi da me! Per fare lo sborone? Manco! Solo per star meglio con me stesso.
Francamente non pensavo che avrei dovuto sopportare le sparate di tutti gli U.D.L. che incontro. E sono tanti. Ma ho già la soluzione. D’ora in poi prima che inizino a parlare gli salterò al collo… piangendo e disperandomi per una malattia incurabile che, come tutti possono vedere, mi ha consumato e avvicinato a la muerte. Così… solo per vedere la loro faccia. Magari se ne rendono conto di quanto sono stupidi.
Vaìa ![]()
VENGO AL BLOG
Sabato 14 giugno. Faccio il mio ingresso ufficiale nel mondo dei blog, convinto dall'amico Axell , che siede qua di fianco, ansima come un mantice e suda come un'anguilla. Ah, dimenticavo... fuma come un turco. A presto nuove... vaìa ![]()
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